Alimentare: settore strategico per il rilancio dell’Umbria

Istituire un osservatorio regionale del settore alimentare, composto da soggetti istituzionali e sociali, quali la Regione, Sviluppumbria, Anci, Università, associazioni di impresa e sindacati. Un luogo di analisi, approfondimento e confronto che possa favorire la valorizzazione e lo sviluppo delle tante esperienze positive che il settore ha in Umbria, affrontando le criticità che pure esistono e premiando quelle imprese che hanno comportamenti virtuosi sia verso i lavoratori che verso il territorio.

E’ questa in sintesi la proposta lanciata oggi da Vincenzo Sgalla, segretario generale della Cgil di Perugia, nel corso del convegno “Sviluppo industriale, qualità della produzione” organizzato dalla Flai Cgil dell’Umbria insieme alla Camera del Lavoro di Perugia e coordinato da Sara Palazzoli, segretaria generale della Flai Cgil dell’Umbria, nella significativa sede dell’aula magna della facoltà di Agraria dell’Università di Perugia.

Un’iniziativa pensata proprio per avviare un’interlocuzione tra i vari soggetti coinvolti, dalle istituzioni locali – c’erano il sindaco di Perugia Wladimiro Boccali e Vincenzo Riommi, assessore regionale allo Svluppo Economico – alle imprese – presenti al convegno Confindustria Perugia e tre importanti aziende del settore, Nestlè, Colussi e Molini Popolari Riuniti – per arrivare all’Università e, naturalmente, al sindacato.

Quelli dell’alimentare sono numeri importanti in Umbria. Nella sua relazione tecnica il Professor Angelo Frascarelli, della facoltà di Agraria, ha ricordato che il settore conta a livello regionale 941 imprese, di cui 676 in provincia di Perugia, e occupa circa 8.500 addetti, pari al 2% del totale nazionale del settore, con una dimensione di impresa che è più alta della media nazionale e un fatturato che ammonta al 5% di quello umbro. Un settore forte, dunque, che però sconta inevitabilmente la pesante crisi in atto, crisi che sta intaccando pesantemente – ha sottolineato il professor Frascarelli – anche i consumi alimentari, non senza responsabilità della grande distribuzione che sempre più “cannibalizza” i guadagni della filiera.

E allora ecco che la necessità di fare rete, puntando su innovazione, ricerca, qualità delle produzioni e del lavoro, diventa un percorso obbligato, con l’obiettivo di creare un indotto locale per le produzioni dei grandi gruppi industriali, e sviluppando la ricerca in sinergia con l’Università.

Su questa proposta della Cgil è emersa dal confronto una condivisione di massima piuttosto ampia, così come una valutazione uniforme sull’importanza della concertazione come strumento di costruzione di politiche industriali efficaci, attraverso le quali selezionare attentamente l’indirizzo degli investimenti da fare.

Nel suo intervento conclusivo, Stefania Crogi, segretaria generale della Flai Cgil nazionale, ha sottolineato che il settore alimentare, “seppur febbricitante, non è moribondo. C’è tempo per invertire e proporre alternative, come quelle che sono emerse dal convegno di oggi”. Per la dirigente nazionale infatti la strada da percorrere è proprio quella di una competitività giocata a livello di qualità del prodotto e non di costo del lavoro. E, da questo punto di vista, grande importanza riveste, nelle piccole come nelle grandi imprese, la territorialità dei prodotti: “Così come il Bacio Perugina deve necessariamente restare un prodotto di Perugia bv– ha detto Crogi – ci sono altri prodotti come ad esempio il caffè che possono fare dell’italianità un valore aggiunto”.

Ma la vera questione centrale, nella piccola come nella grande azienda, resta quella del lavoro, della sua qualità e del rispetto dei diritti: “Nella piccola azienda come nella multinazionale – ha concluso Crogi – non può esserci qualità senza eticità e il ruolo di questo sindacato, che ha sempre dimostrato di contrattare su tutto, è e sarà sempre quello di garantire eticità e rispetto dei diritti”.

13 luglio 2012
Ufficio stampa Cgil Umbria
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