Articolo 18: com’è e come (forse) diventerà

La riforma del mercato del lavoro voluta dal governo Monti è senza dubbio il tema che più sta accendendo gli animi a livello politico; in particolare, riguardo la modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, si sta alzando in questi giorni il tono delle proteste da parte del mondo sindacale, Cgil in primis, che tende a considerare il provvedimento inutile – non assolverebbe il suo compito principale, ovvero risolvere problemi come il precariato -, e per di più dannoso – per i diritti dei lavoratori.

Le ragioni di quest’ultima considerazione si possono trovare confrontando lo Statuto dei Lavoratori ed il progetto di riforma: in particolare, prendendo in esame per il primo documento l‘oggetto stesso del contendere – l’articolo 18, appunto – , ed il capitolo 3 per il secondo.

Secondo la formulazione originaria dell’articolo 18, “il giudice con la sentenza […] condanna il datore di lavoro al risarcimento del danno subìto dal lavoratore per il licenziamento di cui sia stata accertata l’inefficacia o l’invalidità stabilendo un’indennità commisurata alla retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione e al versamento dei contributi assistenziali e previdenziali dal momento del licenziamento al momento dell’effettiva reintegrazione[…]; in ogni caso la misura del risarcimento non potrà essere inferiore a cinque mensilità”; inoltre, “al prestatore di lavoro è data la facoltà di chiedere al datore di lavoro in sostituzione della reintegrazione nel posto di lavoro, un’indennità pari a quindici mensilità di retribuzione globale di fatto”.

Una disciplina chiara ed univoca, che interessa tutti i licenziamenti senza giusta causa nelle aziende dove si applica lo Statuto dei Lavoratori, e che dal 1970 è stata una sorta di baluardo dei diritti dei lavoratori nei confronti del datore di lavoro.

Per quanto riguarda il capitolo 3 della progetto di riforma, tralasciando il paragrafo 3.2 “Rito processuale veloce per le controversie in tema di licenziamento” – utile solo in una Repubblica fondata sulla lunghezza dei processi, ma comunque apprezzabile nelle intenzioni -, è facile notare come vengano considerate discipline distinte per le tre diverse cause di licenziamento illegittimo: “licenziamenti discriminatori”, “licenziamenti soggettivi o disciplinari” e “licenziamenti oggettivi o economici”.

Per i primi due casi, la regola è pressoché la stessa: “il giudice annulla il licenziamento e condanna il datore di lavoro alla reintegrazione del dipendente e al risarcimento dei danni retributivi patiti” (pari ad “un minimo di 5 mensilità di retribuzione” per i licenziamenti discriminatori, e “entro un massimo di 12 mensilità di retribuzione” per quelli disciplinari); “il lavoratore mantiene, infine, la facoltà di scegliere, in luogo della reintegrazione, un’indennità sostitutiva pari a 15 mensilità”. Insomma, un regime che non si discosta da quello illustrato dall’articolo 18 originale, e che infatti non è oggetto di discussioni.

Le proteste si concentrano, invece, sui provvedimenti in caso di accertazione dell’illegittimità del licenziamento per motivi economici: da una parte rimane, da parte del datore di lavoro, l’obbligo di corrispondere un indennizzo, nella forma però di una “indennità onnicomprensiva” (ovvero, comprensiva anche dei contributi) “modulata dal giudice tra 15 e 27 mensilità di retribuzione, tenuto conto di vari criteri”; ma soprattutto scompare (e qui è il motivo del contendere) la possibilità, per il lavoratore licenziato ingiustamente, di essere reintegrato sul luogo di lavoro.

Ora, se si va oltre le semplici cifre “una tantum” indicate dal provvedimento, e si considerano i costi a più lungo termine che un’impresa deve affrontare per stipendiare i propri lavoratori (specie quelli a contratto indeterminato), si può concludere che è più conveniente per il datore di lavoro licenziare adducendo la spiegazione delle difficoltà economiche, anche e soprattutto quando invece la vera ragione è da ritrovare in dipendenti riottosi o “sgraditi”, per qualsivoglia motivo. E la beffa sta nel fatto che, per impedire questa violazione, sarà il dipendente a farsi carico – e accollarsi i costi – “di provare che il licenziamento è stato determinato da ragioni discriminatorie o disciplinari”, rendendo il reintegro più vicina ad una chimera che ad una reale possibilità, per chi si è visto togliere ingiustamente la fonte di sostentamento, e con essa la dignità che solo il lavoro può dare.

Un diritto conseguito dopo decenni di lotte verrebbe sacrificato sull’altare della crisi, e in più svilito dalla considerazione del mero lato pecuniario del problema, come se il vecchio (così vero!) detto “il lavoro nobilita l’uomo” non fosse mai giunto alle orecchie di chi è preposto a decidere delle vite di milioni di lavoratori e lavoratrici. Ora la parola passa al Parlamento, sperando che si torni alla normalità.

03 aprile 2012

Marco Grossi

Ufficio Stampa Cgil Umbria

Nei link potete trovare i pdf  dei testi integrali:

Statuto dei Lavoratori

Riforma del mercato del lavoro

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