Cgil Terni: analisi e proposte per il 2011

La CGIL di Terni intende, con questo documento, riaffermare la centralità del proprio ruolo di attore sociale protagonista rispetto alle politiche di crescita e sviluppo del territorio.
E’ questa una situazione molto complessa che condiziona negativamente un possibile nuovo sviluppo, mentre il quadro economico in cui si muove il nostro Paese è segnato da grande incertezza e grande preoccupazione. Certamente risente di uno scenario internazionale che, nel corso dell’anno passato, ha  scontato una crisi  che, purtroppo, è desinata a durare e che non consentirà a breve un’accelerazione generalizzata del tasso di sviluppo. Questo allarme viene ormai affermato anche dalle associazioni datoriali.

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Riconfermando la centralità del tessuto produttivo industriale, che resta per noi fondamentale,  dobbiamo tuttavia tener conto del fatto che, negli ultimi anni, nuova occupazione si è generata prevalentemente nella piccola impresa e nel terziario; settori questi che per propria natura risultano fortemente frammentati, e nei quali risulta più difficile garantire la tutela individuale e  collettiva dei lavoratori e dove, nel corso di questi mesi, si è resa evidente la crisi in atto con l’utilizzo della Cassa Integrazione in deroga senza alcuna contrattazione.
I principali indicatori economici portano a  stime di crescita  al ribasso; crescita  debole, anche in ragione del basso livello dei salari e delle pensioni e della conseguente debolezza  della domanda interna.
I dati a disposizione indicano una flessione del tasso di sviluppo in Umbria e le politiche messe in essere dalla programmazione Regionale dovranno porsi  l’obiettivo di aggredire i fattori di debolezza evidenziati quali ostacolo allo sviluppo, in particolare sul versante infrastrutture, intese non solo come miglioramento della rete stradale ferroviaria e aeroportuale, ma anche e soprattutto in termini di rafforzamento e dei centri di ricerca in grado di supportare le necessità di innovazione di prodotto e di processo delle imprese umbre.
In questo senso potranno essere superate le difficoltà evidenziate dall’apparato industriale del nostro territorio, legando la ricerca e innovazione alla qualità, e conseguentemente alla capacità di competere.
La struttura dell’apparato produttivo si caratterizza per una marcata presenza di  multinazionali estere, 18, (le multinazionali umbre sono 9) per una scarsa presenza di medie aziende, mentre le piccole imprese rappresentano gran parte del tessuto produttivo.
Detta struttura rimanda, anche ai fini di una reale capacità di competere sul mercato globale, alla necessità della creazione di network di imprese o comunque alla necessità di fare sistema, ed in questo senso dovranno essere predisposte le opportune politiche. Tutto ciò per superare le cause di debolezza delle nostre imprese che possono essere individuate:

  1. nell’assetto dimensionale ridotto
  2. nella scarsa vocazione verso l’apertura ai mercati nazionali ed internazionali
  3. nei deficit infrastrutturali
  4. nell’alto costo del denaro e nella scarsa propensione delle banche a intervenire
  5. nella poca propensione alla ricerca e innovazione
  6. negli insufficienti investimenti mirati alla formazione professionale qualificata

La centralità per l’economia del territorio dell’industria manifatturiera ci impone l’obiettivo di considerare le politiche industriali come asse strategico delle politiche di sviluppo, a sostegno della competitività del sistema, della ricerca e dell’innovazione.
Occorre pertanto individuare un diverso posizionamento competitivo che guardi oltre il supporto tecnico, logistico e operativo all’Azienda–Sistema, pur presente in modo considerevole sul territorio (vedi Multinazionali Sidero-Chimiche) ma che nella crisi evidenzia punti di difficoltà notevoli.
Il flusso di piccole e medie Imprese ha la necessità di utilizzare al meglio tutte le potenzialità presenti nel contesto di riferimento incentivando ed individuando quelle azioni capaci di sostenere i fattori di competizione.

Vanno pertanto qualificate le produzioni attuali:

  1. accrescendone il contenuto progettuale, di ricerca e qualità dei materiali, marchi e brevetti, commercializzazione e marketing
  2. aumentando il ricorso alle politiche di innovazione e ricerca
  3. valorizzando le professionalità esistenti sul territorio attraverso politiche mirate di formazione e qualificazione professionale
  4. puntando contestualmente ad elevare le condizioni di tutela dei lavoratori e delle lavoratrici a partire dai salari e dalle condizioni di lavoro

La politica industriale deve quindi essere definita attraverso una visione strategica d’insieme, chiara e condivisa, con obiettivi capaci di convergenze dei vari soggetti sociali e produttivi e con percorsi di sostenibilità ambientale necessari.
Il settore industriale locale, ad eccezione delle multinazionali, è largamente un comparto che ricerca il suo vantaggio competitivo sul terreno della compressione dei costi, primo fra tutti quello del lavoro, e questo costituisce un vero e serio limite, soprattutto in una fase nella quale la competitività dei sistemi, locali e non, dipende sempre più dal capitale umano, dalla qualità delle infrastrutture, materiali e non, e dei servizi esistenti.

I contenuti e gli interventi previsti dall’Alleanza per l’Umbria dovranno agire sul sistema produttivo locale con una strumentazione chiara ed esigibile e con risorse certe, nella consapevolezza che le capacità disponibili possono consentire un nuovo sviluppo; tuttavia, purtroppo, il limite che si è riscontrato con le precedenti strumentazioni è quello di non aver delineato una strategia condivisa che indirizzi e coordini gli interventi. Nonostante la istituzione di vari tavoli territoriali di confronto non si è ancora definito un chiaro modello e un’idea di sviluppo su cui investire risorse, non solo economiche, ma anche umane (pensiamo ai tanti e alle tante giovani laureati e laureate che non trovano impiego in questo territorio). La competitività di un territorio si fa partendo dal sistema;  a questo devono concorrere anche le Imprese.

Occorre quindi: sostenere processi attrattivi di nuovi investimenti produttivi nei confronti di grandi imprese e consorzi di piccola e media imprenditoria finalizzati al completamento delle filiere di settore; mettere in atto interventi mirati ai processi di innovazione e internazionalizzazione favorendo la crescita e lo sviluppo di nuove imprese a maggiore innovazione; ragionare intorno ad un’idea di verticalizzazione delle produzioni della grande industria siderurgica e chimica, (ad es. la filiera del tubo).
Le nostre eccellenze – pensiamo all’acciaio, alla plastica biodegradabile e al tessile orvietano – non vengono adeguatamente sfruttate. Ci sono potenzialità enormi che però non trovano sbocchi adeguati e che in questo periodo rischiano di essere seriamente compromesse. Uno spreco inaccettabile.

Il Patto di Territorio ha rappresentato un avanzamento delle relazioni, oggi è una difficoltà per gli impegni assunti e non rispettati e perché questo è l’anno della sua scadenza senza aver mai fatto le verifiche contenute nell’accordo siglato. E’ necessario rilanciare la filosofia del Patto e richiedere al Governo di rendere i suoi obiettivi esigibili, in modo che questo strumento possa dare quel contributo necessario per le finalità stesse per cui era nato, partendo  dalla certezza sulle risorse per quanto riguarda nuove iniziative industriali, le infrastrutture per il trasporto, per la logistica, per il raggiungimento dei porti. In particolare, ci riferiamo alla tratta ferroviaria Terni-Civitavecchia porto marittimo, al raddoppio della Orte-Falconara per il porto di Ancona, al rafforzamento dello scalo merci di Terni (settimo scalo nazionale per merci movimentate), al completamento stradale Terni-Civitavecchia, alla realizzazione della Piattaforma Logistica collegata in rete con relativo raccordo ferroviario.

Il tema delle Relazioni Industriali con imprese multinazionali rimane un tema di fondo per il sindacato, per la rappresentanza dei lavoratori, ma lo è anche per i diversi governi e per le stesse istituzioni. Il terreno in cui ci si muove, dove e in quale modo si assumono le decisioni, le strategie, con chi e come queste vengono valutate, discusse e – noi continuiamo a dire – trattate, evidenzia l’attuale assenza di norme e di regole, di leggi nazionali ed europee per contrastare delocalizzazioni, chiusure, anche in settori e produzioni strategiche, di interesse nazionale. Per questo è necessario che la Regione Umbria, facendo patrimonio d’esperienza della vicenda AST, faccia della provincia di Terni il banco di prova di un rinnovato rapporto con un universo complesso ma anche ricco di società a capitale straniero.
Emblematica è la situazione della Basell, al di là delle singole posizioni, rimane aperto il problema serio dell’indisponibilità della multinazionale a prendere in considerazione la cessione degli impianti per un progetto industriale di Novamont che prevede la creazione di una newco costituita da Novamont e da altre imprese del settore per riconvertire gli impianti stessi per la produzione di bioplastiche da fonti rinnovabili.
Nascerebbe in sostanza a Terni il Polo della chimica verde.

La ricostruzione dell’ossatura industriale della regione è l’emergenza da affrontare; non è possibile pensare infatti ad una terziarizzazione ulteriore dell’economia locale, in primo luogo perché non se ne reggerebbe il peso sotto il profilo macroeconomico, in secondo luogo perché in questi settori l’occupazione è precaria e sottoposta alla compressione e alla negazione  dei diritti.

Tale settore tra l’altro andrebbe meglio monitorato, anche con la costituzione di un apposito osservatorio provinciale. La situazione del settore è preoccupante, in quanto in questo territorio si evidenzia un terziario prevalentemente tradizionale con poche eccezioni e scarsa capacità di svilupparsi su un terreno più avanzato, al passo con le nuove tecnologie, anche a causa della distanza dai luoghi della finanza e dei centri decisionali che frena lo sviluppo dei servizi innovativi a favore delle imprese e dei cittadini. Oggi il terziario, su tutto il territorio provinciale, è un settore in cui ancora forte è la presenza della piccola imprenditoria locale alla quale chiediamo un patto che garantisca diritti alle lavoratrici e ai lavoratori.

E parlare di lavoro nel terziario significa parlare di donne: questo è il primo grande problema del sistema produttivo nella provincia di Terni. L’occupazione femminile aumenta soltanto nel settore dei servizi, mentre le donne restano le assolute protagoniste della disoccupazione territoriale. Un problema che si intreccia a doppio filo con quella insopportabile ingiustizia sociale che è la precarietà del lavoro. Le fabbriche di oggi non sono luoghi per soli uomini come erano quelle di 20 anni fa. Le tecnologie a disposizione rendono possibile l’impiego di manodopera femminile anche nei settori più tradizionali. Intervenire in questa direzione sarebbe un segnale di grande civiltà da parte del nostro tessuto imprenditoriale. La Cgil chiede che questo segnale arrivi al più presto.
In provincia, secondo il monitoraggio condotto dall’IRES, i precari sono più di 6.000, e rappresentano circa il 10% dell’intera occupazione. Quello del lavoro precario è un fenomeno in continua crescita, diventato ormai strutturale nel mercato del lavoro, e interessa più le donne che gli uomini. A questi e a queste giovani i meccanismi produttivi attuali impediscono di progettare adeguatamente il proprio futuro, di acquistare una casa, di avere una famiglia. Tuttavia, il timore di perdere il posto li rende comunque ricattabili, e li costringe ad accettare queste ingiustizie. Contrastare e regolamentare la precarietà, aumentare le tutele sono perciò obiettivi irrinunciabili.

Sul versante del terziario, anche quello pubblico e dei servizi, è inderogabile l’impegno a rendere esigibile il protocollo su appalti e sicurezza, protocollo che richiama ancora una volta i diversi soggetti alle proprie responsabilità, disatteso negli aspetti fondamentali, poiché nei sistemi di affidamento seguiti spesso si dispiegano forme di potere che sfuggono a qualsiasi governo sociale del fenomeno appalto.
A volte a farne le spese sono proprio le imprese locali più qualificate.

Si ritiene necessario affermare con forza che il concetto imperante del “privato ad ogni costo”, in particolare nel settore dei servizi a rete, deve essere superato: si impone una riflessione attenta in particolare su quanto è avvenuto nel settore dell’energia, dove ad una privatizzazione marcata ha corrisposto una massiccia diminuzione occupazionale, senza che vi sia stata una riduzione delle tariffe. Nei settori dei servizi a rete deve essere attuata una politica di intervento e controllo pubblico, capace di promuovere integrazione in un rapporto con il privato che non può essere privo del rischio d’impresa, poiché in questo caso il privato tenderebbe semplicemente a sostituirsi nella posizione di monopolio al posto delle vecchie gestioni pubbliche.
Impellente risulta ormai la realizzazione di un sistema di servizi a rete integrato, affidando all’ASM un ruolo forte su base almeno provinciale, da soggetto trainante della multiutility, come la Camera del lavoro sosteneva già nel 1997.
Resta ferma la convinzione di mantenere in mano pubblica la dotazione delle reti, come ad esempio quella idrica, in quanto bene pubblico a nostro avviso inalienabile, affidando il servizio ad una holding a maggioranza pubblica che controlli società di scopo partecipate da privati ma sempre a maggioranza pubblica.
E’ necessario, quindi, a nostro avviso riaffermare:

  1. l’incedibilità delle reti e degli impianti che debbono rimanere totalmente di proprietà pubblica
  2. il controllo pubblico sulle società di gestione dei servizi
  3. la clausola sociale per la difesa dei diritti ai lavoratori in termini di applicazione dei CCNL e degli accordi aziendali integrativi, nei passaggi di gestione del servizio

Sui trasporti si è sempre convenuto sulla necessità di costruire l’azienda regionale del trasporto pubblico locale per rendere competitivo il sistema. L’attuale situazione però rischia di marginalizzare i lavoratori di ATC. Pertanto, occorre intervenire immediatamente per riconoscere un ruolo importante alle competenze e professionalità presenti sul territorio, da sempre punto di riferimento per il sistema di Tpl. E per farlo è opportuno mantenere il presidio rappresentato dalla sede di Terni.
In questo quadro deve trovare piena valorizzazione la Savit, come azienda regionale delle manutenzioni dei mezzi di trasporto pubblico dell’intera regione.

Il welfare, rappresenta a livello locale e nazionale la pre-condizione per una sfida alta allo sviluppo. Preoccupa enormemente la situazione che si andrà a definire con gli ulteriori tagli dei trasferimenti delle risorse a Regioni e Enti Locali
La cittadinanza dei diritti, dei doveri e delle opportunità, rappresenta il terreno fertile per l’emancipazione e la realizzazione oltre che per le sfide della competitività.
Da questo lato, riconoscere l’uguaglianza dei bisogni e la diversità delle persone e costruire una rete di protezione che deve fare priorità del tema degli anziani non autosufficienti, dei disabili e dell’infanzia (per i quali vogliamo essere sempre di più soggetti attivi nella contrattazione sociale e diffusa), sono i primi passi da compiere.
Costituisce una priorità, il superamento delle differenze in fatto di diritti di cittadinanza, tra i vari territori della provincia.
Lo scarso livello della contrattazione sociale deve essere sostituito da una nuova iniziativa che faccia della promozione sociale e della crescita dei diritti di cittadinanza l’elemento di fondo del miglioramento della qualità della vita, anche attraverso il recupero di risorse economiche da destinare a questo scopo. Non può esserci istituzione che possa definirsi tale senza garantire diritto di cittadinanza, qualità del vivere e dignità delle persone.

Nell’ambito del welfare  rappresenta per noi uno snodo decisivo la scuola. Quanto avvenuto in questi anni ha prodotto danni rilevanti sul versante della qualità della scuola con la perdita di circa 300 posti di lavoro tra personale docente e ATA.  Anche a livello locale, la scuola non può organizzarsi astraendosi dal tessuto economico e produttivo in cui insiste. Terni, può ricostruire la sua eccellenza anche a partire dai processi formativi, superando quell’assoluto scollamento tra formazione e offerta di lavoro e recuperando, al contrario, un rapporto proficuo con le vocazioni del territorio attraverso il coordinamento della Provincia, ruolo che non ha svolto.
Al fianco di tale sistema, i fondi interprofessionali trovano una dimensione specifica, che comunque non perde di vista la formazione trasversale tesa a garantire un bagaglio individuale che deve sempre poter essere arricchito.
L’Università, l’istruzione e la formazione tecnica superiore, nelle varie articolazioni, devono garantire l’intreccio tra la creazione dei saperi e lo sviluppo.
L’Università è un luogo dove i saperi incrociano le persone, i giovani, in una relazione che può condizionarne la vita e il futuro e orientare verso l’evoluzione della società della conoscenza.

LE PROPOSTE DELLA CGIL DI TERNI IN SINTESI

  • Patto di territorio: Revisione e richiesta al Governo di risorse
  • Alleanza per l’Umbria: Declinazione territoriale per costruire nuove opportunità di crescita e piano per il lavoro
  • Accordo di programma per la Chimica: Richiesta al Governo per la nascita del Polo Nazionale della Chimica Verde
  • Protocollo Appalti: Rivedere il protocollo, renderlo applicabile e esigibile
  • Welfare e contrattazione sociale: Nelle risorse date, costruire una vera contrattazione sociale
  • Rifiuti: Applicazione Piano Regionale dei Rifiuti
  • Piano per il lavoro: Lanciare l’ipotesi di una marcia per il lavoro da tenersi all’inizio del prossimo anno

ALLEGATI

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