Effetto Fornero: raccontaci la tua esperienza

La Cgil dell’Umbria ha deciso di lanciare una campagna di informazione dal basso sui veri effetti della Riforma Fornero. Storie di donne e uomini che hanno subito sulla propria pelle le decisioni del governo in materia di pensioni e che si sono visti penalizzare, in certi casi in maniera clamorosa, dopo tanti anni di lavoro.

Qui sotto pubblicheremo dunque tutte le storie e le testimonianze che man mano raccoglieremo. Per chi volesse partecipare è possibile contattare Franca Gasparri, della Cgil Umbria, all’indirizzo email gasparri@umbria.cgil.it

 

LE STORIE

Le salvaguardie non bastano mai

La storia di Marcello

Sai, l’unico lavoro che ho trovato è quello di andare casa per casa a vendere il Folletto.

Così Marcello, 57 anni, parlando con Laura l’operatrice del patronato INCA, racconta la sua situazione.

Anche lui è una vittima della Legge Fornero, come sappiamo uno dei tanti. Attendeva, speranzoso, questa settima salvaguardia, ma non lo riguarda, ne dovrà attendere un’altra.

Marcello è un operaio metalmeccanico, dipendente di una cooperativa fallita il 19 ottobre del 2012.

Negli ultimi 30 anni ho lavorato notte e giorno. La mattina alla catena e la sera a fare i trasporti del materiale.

Marcello è solo, single, come dice lui, lavorava molto per garantirsi una vecchiaia serena, senza dover chiedere niente ai parenti o finire in una casa di riposo per indigenti.

Quando l’azienda fallisce, per Marcello non c’è il TFR né 10 mesi di stipendi arretrati, occorrerà attendere le procedure dell’INPS e quelle del fallimento.

Nel suo caso non c’è neanche la mobilità, ma solo la disoccupazione, l’Aspi per un anno.

Fra i soldi dell’Aspi e gli stipendi arretrati, per un po’ sono andato avanti, ma ora ho finito tutto. Il lavoro per me non c’è, ho provato a chiedere a tutti L’unico lavoro che mi è stato proposto è quello di passare casa per casa a vendere il Folletto. Il costo è così alto che non riesco a venderne nessuno.

Sarà anche che abituato al silenzio della catena, difficilmente sono capace di parlare in pubblico e convincere le persone a spendere.

Secondo i conti, la pensione arriverà a settembre 2027 quando Marcello avrà 67 anni e 11 mesi.

Se non ci fosse stata la Fornero avrebbe avuto la pensione a 60 anni, otto anni prima!!!

Mi verrebbe voglia di fare una sciocchezza, conclude Marcello, quando Laura gli propone di pagare i contributi volontari per poter anticipare al 2020 il diritto a pensione.

 

La storia di Alfredo, operaio di una azienda energetica

Siamo ormai alla 7a salvaguardia ma Alfredo ne resta ancora fuori.

La legge di stabilità 2016 (L.208/2015) interviene ancora una volta, a tutelare quei lavoratori colpiti dalla legge Fornero e rimasti senza lavoro e pensione. Lo fa per la settima volta promettendo a 26.300 persone, che potranno andarsene in pensione con le regole ante riformai.

Nelle intenzioni del legislatore questa, doveva essere l’ultima salvaguardia, tale da non lasciare fuori nessuno, ed invece ….

Alfredo, operaio dipendente da una grande azienda che si occupa di energia, ad aprile 2011 viene posto in mobilità che durerà tre anni, fino all’8 aprile 2014 e dopo la pensione. A quella data Alfredo avrebbe avuto 37 anni di contributi e 59 anni di età, sufficienti, per la quota, ad accedere al pensionamento.

Le speranze ed i progetti cozzano contro la riforma delle pensioni voluta dal governo Monti e conosciuta come riforma Fornero.

Parlare di calvario sembra eccessivo, ma da due anni Alfredo legge tutto ciò che viene pubblicato, conosce tutte le proposte di legge dei vari parlamentari, del Presidente dell’INPS, partecipa alle iniziative di lotta e di sensibilizzazione, si informa sulle salvaguardie, sui ricorsi, ma ogni mattina le speranze sono deluse.

Anche stavolta, va a cercare il suo caso fra coloro che potrebbero essere salvati, va all’INCA, ormai sono di casa e potrei aiutarli nelle consulenze, dice amareggiato, ma la risposta è ancora negativa.

Per avere diritto dovevo aver maturato quota 97 dentro i tre anni della mobilità, o nei dodici mesi successivi, magari pagando i contributi volontari, oppure, con l’accordo sottoscritto,ma in questo caso la decorrenza della pensione doveva essere entro il 6.1.2017…. anche stavolta niente Sette sembrava un bel numero, un numero scaramantico e definitivo, invece dovrò attendere l’8a ma ho un po’ paura, perché l’8 rovesciato simboleggia l’infinito.

 

Francesca, insegnante tra i “dannati” del ’52

Mi chiamo Francesca Settembre e sono nata il 29 novembre 1952. Sono un’insegnante e per questo una delle “dannate” del ’52!!
Nel gennaio 2011 ho fatto regolare domanda di pensionamento:infatti, con la cosiddetta quota 96( ) ,avevo maturato il mio diritto contrattuale per il collocamento a riposo. Anzi, a dirla tutta, ci stavo larga perché avrei avuto 61anni di età e 38 anni di servizio. Ma, alla fine del’anno scolastico mi è stato comunicato che, grazie alla nuova legge Fornero, io non sarei rientrata negli aventi diritti e mi sono stati dati ,come dico io, 5 anni senza la condizionale.
In realtà,andrò in pensione il primo settembre 2016, grazie al sindacato che mi ha “rivelato” che il mio servizio in una scuola speciale mi avrebbe concesso alcuni mesi in aggiunta al servizio prestato … ma questo gli apparati si erano guardati bene dal dirmelo. Fatti i dovuti calcoli avevo necessità di recuperare comunque alcuni giorni, quindi per sicurezza ho riscatto un mese di assenza volontaria per maternità che mi costerà ad ottobre ben € 1043,00 in una unica soluzione!
Ora, aldilà del fatto che  sono stanca, che mi hanno rubato i sogni e i progetti, che la scuola in generale è diventata un inferno,mi chiedo: ma se il mio era un diritto contrattuale, perché mi è stato tolto?
Perché i diritti acquisiti sono solo per i soloni della politica, per i giudizi costituzionali e simili? Infondo anche questa è una forma di razzismo! Io sono stata una di quelle sempre presente a scuola, che ha ricoperto tanti incarichi perché ci ha creduto e che adesso ,quando torna a casa e parla con il figlio in Brasile che sperava di raggiungere, la sera piange.

 

Sono Silvia, e potrò andare in pensione a 68 anni

Sono Silvia, sono nata il 1 gennaio del 1969.
Qualche giorno fa mi sono divertita a vedere sul sito dell’INPS quando sarei potuta andare in pensione.
Sapevo che mancava ancora molto, ma udite udite, risulta che potrò andare in pensione a 68 anni. Ho fatto due conti così ho realizzato che a quell’età avrò 54 anni di contributi.
Mia madre parrucchiera mi portava con sé quando ero piccolissima, prendeva un panchettino, mi ci faceva salire sopra per passarle i “rolli e le forcine” mentre faceva la messainpiega.
A 14 anni sono stata messa in regola, sia per l’assistenza sanitaria che per la pensione, i miei dicevano che era una garanzia per il futuro. Poi mamma ha chiuso e sono andata a lavorare per un parrucchiere del centro
Grazie ai miei andrò in pensione, magari vecchia e con tanti anni di contributi, troppi!
Viene sempre a negozio una signora che ne capisce, le ho chiesto spiegazioni: così ho scoperto che la famosa Legge Fornero ha colpito anche me. Davvero la mia età pensionabile sarà quella di 68 anni, dice la signora, e 8 mesi per l’aspettativa di vita (rispetto a prima 8 anni di più), ma che forse me la cavo andandoci a gennaio 2026 con 44 anni di contributi.

 

VIDEO: #EffettoFornero, parlano i lavoratori

 

Maurizio, 40 anni di lavoro alla pressa non bastano

Maurizio, 60 anni, aveva fatto l’Itis, perito elettronico, ma poi è finito a fare l’operaio metalmeccanico.
“Sono 40 anni che lavoro davanti alla pressa e faccio i turni. Ho visto nel tempo andare in pensione i miei colleghi con 35 anni di contributi, poi con 40, a me, dopo la riforma Fornero, toccherà lavorarne 43 ( 42 e 10 mesi). Si potrebbe dire pochi di più ma alzarsi la mattina alle 4.30, con il passare degli anni pesa sempre di più. Qualche volta capita che io vada al lavoro e ancora ci sono in giro ragazzi che devono andare al letto. Vogliamo poi parlare della fatica alla pressa: posizione fissa per tutto il turno, movimenti ripetitivi, caldo e tanto rumore”.
“Nel passato, ogni tanto si festeggiava la pensione di qualcuno e ad ogni festa dicevo alla moglie, appena tocca a me farò una festa grande e potrò finalmente occuparmi della mia passione:la pesca.
Unici contenti della Fornero saranno i pesci che dovranno aspettarmi ancora 3 anni”.

 

Gabriele: la pensione era vicina, poi ha fatto un salto di 8 anni

Le mie disgrazie cominciano prima, la Fornero ci ha messo, come si dice a briscola, un carico da 11. Vado in pensione 8 anni dopo di quando dovevo e non basta, starò anche tre mesi senza stipendio e senza pensione.
Gabriele, classe 1953, lavorava per un’azienda dove si smaltavano cavi di rame, a ciclo continuo. Per chi non lo sa il ciclo continuo significa 28 turni per 5 squadre, quindi si lavora anche la notte, il sabato, la domenica ….
Dice Gabriele che contava di poter uscire con la legge sui lavori usuranti, ma che alcune pause negli ultimi anni, non lo hanno permesso. Né ha potuto beneficiare del fatto che faceva le notti, troppo poche per il diritto ( ce ne vogliono 78 all’anno per avere i 3 anni di abbuono che servivano)
Comunque la pensione era vicina, ma la Legge Fornero l’ha allontanata ancora: Gabriele ha 62 anni di età e 40 anni di contributi. Ora è in mobilità per riduzione personale, mobilità che finirà a dicembre 2017, mentre la sua finestra d’uscita sarà ad aprile 2018.
In quei mesi che mancano non avrà né pensione, né sussidio, forse dovrà versare dei contributi volontari e comunque consumare il TFR che sperava di utilizzare per altro.

 

Claudia, i figli e la possibilità negata di sentirsi più libera

Claudia, classe 1953, ha lavorato diversi anni come operaia tessile, presso un lanificio. Poi arriva la crisi e la fabbrica di tessitura chiude. Sono gli anni ottanta e Claudia non è neanche troppo dispiaciuta di perdere il lavoro, sono arrivati due figli, stare in casa e farli crescere è un bell’impegno.
“Noi donne ci sentiamo sempre un po’ in colpa se dobbiamo lasciare i figli a qualcun altro, una sosta nel lavoro, in fondo, va bene”.
Il tempo passa, Claudia va ad informarsi per la pensione, non bisogna aspettare l’ultimo giorno. Scopre così di avere solo 16 anni di contributi, mentre la legge ora ne chiede 20.
Trova un lavoretto in un negozio, occorre fare i 20 anni, altrimenti tutti i contributi versati sono inutili e non esiste norma che li restituisca.
Nel 2013 contenta si reca a fare domanda di pensione, ma scopre che l’obiettivo si è di nuovo allontanato perché ora oltre a 20 anni di contributi non bastano 60 anni di età, ma per lei ne occorrono 64 e 9 mesi
“Maledetta legge Fornero – si sfoga mentre impasta i ravioli – campiamo ugualmente, io mi arrangio a fare tutto, ma certo, per una donna, si sa, che avere una pensione, un gruzzoletto guadagnato col proprio lavoro, fa sentire più libera”.

 

Mario: senza pensione e senza salario mi hanno fatto invecchiare prima del tempo

Mario ha fatto l’operaio metalmeccanico, dipendente di una azienda importate e nota produttrice di chiavi. Chi di noi non ha in tasca una chiave Cisa?
Prima lavorava presso questa azienda in Umbria, poi per motivi di ristrutturazione, viene trasferito a Bologna. La famiglia rimasta al paese, gli intessi domestici, gli amici, fanno accettare a Mario l’idea di uscire prima e tornare a casa. Pochi contributi volontari pagati, anche con l’aiuto dell’azienda, e poi sarebbe arrivata la pensione.
Ma mentre Mario prepara il suo nuovo futuro, arriva la legge Fornero, che sposta a 42 anni e 6 mesi il requisito per la pensione. A Mario ora mancano altri 2 anni e ½ di contributi, e la pensione, naturalmente si sposta. Prima doveva attendere un anno che si aprisse la finestra, poi due e mezzo. Rimane senza pensione e senza salario per un anno e mezzo in più di quello che aveva progettato. Si adatta a fare lavoretti sia per avere un salario sia per pagarsi i contributi mancanti. Per fortuna arriva una nuova salvaguardia e Mario va in pensione dal 1 settembre 2015. Oltre alla preoccupazione, alla rabbia, ci dice “mi hanno fatto invecchiare prima del tempo”.

 

Franco e la fabbrica recuperata

Le “fabbriche recuperate”, abbandonate dagli imprenditori e poi occupate e rimesse in moto direttamente dai lavoratori senza sfruttamento, sono una realtà non solo in Italia ma in molti paesi del mondo
L’idea è quella di costruire unità economiche che non solo devono fornire lavoro e sostentamento per coloro che le portano avanti, ma anche contribuire a creare forme di gestione collettiva, democratica.
Franco lavorava in una fabbrica recuperata, gestita in cooperativa.
Partecipare al successo di una impresa così ti prende, ti fa lavorare di più, è come se la fabbrica fosse tua.
Poi la scarsa capacità gestionale, qualche investimento spericolato, non certo la mancanza di lavoro, gli scaffali metallici servono ancora, decretano la fine di questa esperienza.
E’ il fallimento. Mancano stipendi, TFR, si attiva il fondo di solidarietà che però tarda ad esplicare i suoi effetti, non c’è la mobilità, ma solo la disoccupazione che ora si chiama ASPI e dura un anno soltanto.
Franco si ritrova, non più giovane, a dover cercare un nuovo lavoro.
Ha 60 anni di età e 41 anni ed 1 mese di contribuzione, per la legge Fornero non bastano per la pensione, ne occorrono 42 e 10 mesi. Le salvaguardie per Franco non ci sono.
Girare tutta l’Umbria, trovare lavoretti, in alcuni casi persone disoneste che neppure lo pagano e soprattutto dover pagare di tasca propria i contributi che mancano.
Non rimane che chiedere un prestito in banca, che però ha difficoltà a concedere vista l’assenza di garanzie. Fortuna qualcuno garantisce per lui, così Franco può iniziare a versare i contributi volontari.
Ora non rimane che attendere il 2016 per la pensione, nel frattempo staremo a dieta, dice Franco piangendo.

 

Bruna, a 60 anni ancora a lavorare in vigna

La Bruna è nata e vive in un piccolo paese dell’orvietano.
Un marito, due figli e, ora, almeno quattro nipoti.
Come tutte le donne di paese la domenica mette in tavola tagliatelle o umbrichelli, il pollo arrosto, quello del suo pollaio, una bella crostata con la marmellata, magari fatta da lei. Pensare alla sua famiglia, al pranzo domenicale la inorgoglisce.
Bruna ha un vizio, la domenica, dopo la messa delle 8.30, si ritrova al bar della piazza per un caffè ed un cornetto da consumere con altre cinque donne, le amiche di sempre.
E’ qui che la troviamo per farci raccontare cosa le è successo dopo la Legge Fornero.
Bruna, dopo l’impegno nella campagna del padre contadino, ha iniziato a lavorare in una piccola fabbrica tessile che produceva semilavorati (solo le maniche dei vestiti) per l’industria dell’alta moda.
In quel territorio, sul finire degli anni ’70, ogni scantinato, garage, stanza inutilizzata serviva per metter su un gruppetto di donne a lavorare. Alcune lavoravano pelli e stoffe, altre maglie, c’era anche chi impagliava i fiaschi ….
Poi la crisi, l’incapacità ad essere padrone, fa crollare tutto.
Bruna si ricicla, diventa bracciante agricola presso una grande azienda del vino. Impara a potare, a legare, a spampinare (toglie le foglie in eccesso perché l’uva prenda più sole e maturi prima), a vendemmiare.
Ha davanti l’obiettivo della pensione che si avvicina sempre di più. A 60 anni, ci dice, finalmente, mi occuperò a tempo pieno della famiglia, godrò i nipotini, non mi sentirò in colpa per quelle colazioni al bar che sottraggono tempo alla casa.
Tutti sogni, dalla sera alla mattina la Fornero, una donna, mi toglie tutto. A 60 anni niente pensione, occorrerà lavorare altri 5 anni
Anni che mi vedranno tornare a casa ancora sporca di vari colori, quelli dei prodotti che diamo alla vigna. Il più intonato al mio stato d’animo e a ciò che provo per la Fornero è sicuramente il verderame.

 

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