Fiat, è la sconfitta del sistema di compromesso sociale

Non ho mai considerato, dentro la CGIL, chi la pensa diversamente da me “amico dei  padroni”, in tutte le occasioni di discussioni che abbiamo avuto, in questi lunghi belli e brutti anni della mia esperienza sindacale, ad iniziare dal sostegno all’accordo del 23 luglio tanto osteggiato dalla Confindustria e da coloro che oggi cercano un aggancio a quell’accordo, votato dai lavoratori, oggi che un neo dittatore manageriale stà distruggendo.

Siamo dinanzi a dei processi enormi di riorganizzazione, ma anche di crisi, del sistema capitalistico e del sistema delle imprese, che travolgerà nonostante la sua spocchia, lo stesso Marchionne, ai quali non possiamo guardare con le nostre alchimie sindacali. Le domande alle quali rispondere sono molto più profonde, rispetto alle dichiarazioni superficiali e vuote che si susseguono rispetto alle vicende della FIAT e degli accordi di Pomigliano e di Mirafiori.

E’ vero, siamo di fronte ad una sconfitta non solo della FIOM, della stessa CGIL, ma anche DELLA STESSA CIVILTA’ DEL LAVORO, DELLA DEMOCRAZIA E DELLA COESISTENZA CIVILE E DELLA COSTITUZIONE NEI LUOGHI DI LAVORO.

Siamo anche di fronte ad una sconfitta del sistema di compromesso sociale che è stato uno dei capisaldi della costruzione dell’unità nazionale popolare italiana e della stessa Europa.

Siamo anche di fronte al fatto che il sistema capitalistico ha vinto, rispetto al regime dell’autoritarismo dell’unione sovietica, poiché ha permesso l’espandersi della democrazia della partecipazione delle classi più disagiate ai benefici delle società dell’opulenza.

Oggi invece il sistema manageriale del capitalismo che ha superato il sistema imprenditoriale padronale, (guardare quante imprese di piccole e medie dimensioni che hanno caratterizzato il miracolo italiano hanno chiuso e/o fallito) non avendo collegamento con la società civile, così come lo avevano e non lo hanno, i promotori finanziari delle speculazioni di borsa, non guarda all’espansione dell’impresa in un sistema democratico di benessere diffuso e di partecipazione e di condivisione dei lavoratori e dei cittadini.

Marchionne potrebbe essere benissimo un manager nella Russia di Putin o nella Cina del partito Comunista, e alcuni sindacalisti avrebbero potuto essere benissimo segretari di sindacati di regime pre-Solidarnosc. Tutto è giustificabile per comprimere i diritti: investimenti, potenza della nazione e del regime ecc.

Non possiamo dividerci, i lavoratori, le lavoratrici ma anche i cittadini devono avere un soggetto collettivo che dà speranza per il futuro, per i diritti del lavoro e sul lavoro, con la consapevolezza che dobbiamo esser un soggetto che sta con i piedi per terra e vive perché trae linfa dalle contraddizioni del popolo che rappresenta, ma non assume atteggiamenti astratti dalla situazione e/o remissivi, come se tutti fossimo allo stesso livello.

Come una parte della sinistra democratica sta assumendo e sostenendo.

Per questo è necessario che, nel momento in cui s’invitano i lavoratori e le lavoratrici di Torino alla partecipazione al voto in massa, ed al voto negativo nei confronti di un accordo che ci fa tornare ad una FIAT dei reparti confino,  sia la FIOM che la CGIL mantengano e argomentino, con iniziative propositive e di lotta, la posizione del no a un’imposizione di Marchionne che è non solo autoritaria, antidemocratica e anticostituzionale, ma che non guarda agli interessi dell’industria automobilistica italiana.

Non guarda agli interessi dell’Italia.

Non è solo in campo l’eventuale dichiarazione di uno sciopero generale, ma proprio la necessità di una fase nuova che a partire dai disagi sociali provocati dalla crisi, dai moti studenteschi e dai rischi democratici dentro i luoghi di lavoro e fuori, proponga una strada democratica all’Italia ancorata in Europa.

Non è il problema di una firma tecnica, anche se il problema della rappresentanza c’è per la FIOM e per la CGIL, giacché il problema è politico, è di futuro del sistema delle imprese e delle relazioni con tutto il sistema imprenditoriale produttivo italiano con il quale si continua, ha svolgere trattative serie e costruttive nell’interesse di tutti.

L’attività sindacale e la capacità di contrattazione non dipendono esclusivamente dall’avere riconosciuti spazi, o essere legittimati dalla stessa azienda, ma da come si sta vicino ai lavoratori e alle lavoratrici e da come s’interpretano i loro bisogni e le loro attese.

E’ chiaro, che tutti, a iniziare da noi della CGIL, dobbiamo avere la consapevolezza che siamo entrati in un’altra fase della vita sindacale italiana, alla quale non possiamo guardare con le nostre pigrizie e/o burocrazie sindacali o pensare alle stesse risposte che davamo solo alcuni anni fa.

Questo sì, è un tema sula quale confrontarsi per individuare strategie per il futuro del sindacato e della CGIL.

Perché le tante imprese metalmeccaniche dello stesso indotto FIAT di cui oggi Marchionne non parla, ma che rischiano seriamente e che in Umbria sono tante, dovrebbero contrattare con le organizzazioni sindacali, confrontarsi e riconoscere le rappresentanze?

Il no al diktat, è anche per loro che, perché contrariamente ad  altri produttori europei la FIAT gli ha imposto e gli sta imponendo e imporrà condizioni capestro nei processi produttivi, nelle norme di pagamento e nelle condizioni lavorative e di rapporti tra imprese.

Lo stesso atteggiamento di cautela degli associati di Confindustria sul modello Marchionne è un sintomo di un grave disagio che sicuramente la sola firma tecnica non risolverà, anzi è necessaria una battaglia aperta e trasparente sui destini delle imprese del sistema produttivo italiano e sulla democrazia nelle aziende, ma su quale Italia e civiltà dobbiamo avere.

Le preoccupazioni non riguardano solo i destini dell’Italia, ma anche dell’Umbria.

Non si può pensare che con l’Alleanza per l’Umbria si risolvano i problemi dell’Umbria in maniera avulsa da ciò che sta succedendo in Italia. Sicuramente è positivo il fatto che ci sia condivisione di obiettivi e o di strategie.

Ma, per noi, non può essere sufficiente, l’Umbria vive in maniera diversa la crisi ci sono diseguaglianze sociali e territoriali che crescono e si aggravano.

Ci sono fasce di povertà che si allargano, in modo particolare nei centri urbani, lavoratori e lavoratrici che hanno perso il lavoro, giovani, ragazze che sono precari.

Questi rischi riguardano solo noi o qualche assessore alle politiche sociali o l’intera collettività regionale e nazionale?

Ma, se mi si permette, credo che ci sia la parte nord dell’Umbria da Gualdo Tadino a San Giustino, l’ALTA UMBRIA, che per le sue caratteristiche manifatturiere e per il precipitare di alcune crisi drammatiche  di aziende e di settori (Merloni, Automotive, tabacco, legno, edilizia ecc.) rappresenta una specificità e un’emergenza che non può essere sottovalutata dalle forze sociali e istituzionali, ma neanche da noi.

Il profilo del futuro dell’Umbria, sul piano sociale, politico democratico e produttivo dipenderà da come in questi territori si uscirà dalla crisi. La richiesta di un tavolo vero dell’alta Umbria non è una uscita giornalistica, ma una richiesta di merito alla quale dare un seguito.

La CGIL dell’Umbria deve averne la piena consapevolezza.

10 gennaio 2011
Alessandro Piergentili
Responsabile CGIL alta Umbria

Agorà CGIL