Il bambino con le braccia larghe

“La testimonianza di un dramma individuale che diventa collettivo e riesce ad abbracciare uno spaccato sociale di un’intera stagione della vita del Paese”. Così Amedeo Zupi, segretario generale Flc-Cgil Umbria, riassume il senso de Il bambino con le braccia larghe, l’intenso volume biografico del giornalista Carlo Gnetti, presentato venerdì scorso a Perugia durante una conferenza coordinata dalla segretaria provinciale della Cgil, Patrizia Venturini, al Cral della Perugina in quel di San Sisto. Il libro, che Gnetti ha composto e pubblicato per Ediesse nell’ottobre dell’anno passato, riferisce della vita di Paolo, fratello dell’autore, morto nell’aprile del 2009 all’età di 59 anni e affetto da schizofrenia sin dalla pubertà. Sfogliando il testo non si ripercorrono soltanto interi capitoli della vicenda privata del protagonista – il cui ruolo di primo piano, peraltro, è reso vacillante dalla malattia mentale, che, osserva Zupi, “fagocita l’individuo e finisce per sostituirsi ad esso” – ma come un metronomo la sua vita arriva a scandire i tempi d’attuazione della Legge Basaglia in Italia, attraversando i suoi momenti intermedi e le sue fasi fondamentali.

Il trattamento della psicopatologia, dunque, l’impatto devastante degli psicofarmaci e gli effetti della legge 180: nella rassegna di Gnetti finiscono i padiglioni aperti, la chiusura dei manicomi, la vita nelle comunità terapeutiche, le case-famiglia e l’esperienza della residenza sanitaria assistita. Un libro prezioso, come spiega la dottoressa Elisabetta Rossi, nel corso del suo intervento alla presentazione, perché “fotografa il sistema psichiatrico dal punto di vista dei familiari del malato, a ridosso del paziente, aprendo così a spunti di riflessione attualissimi su cosa sia una struttura psichiatrica, quali funzioni dovrebbe svolgere e quali principi sostenere e seguire”. Una testimonianza di “grande valore documentale – sottolinea Aldo D’Arena, dello Spi-Cgil Umbria – che affianca ed arricchisce il quadro già eloquente dipinto da Paolo Lupattelli ne I Basagliati”.

A più di trent’anni dall’approvazione della legge Basaglia pagine come queste toccano certamente molti nervi scoperti, ma come sottolinea l’autore, “più che ad una qualche critica (inesistente peraltro) della legge 180, le forti emozioni che se ne ricavano sono semplicemente il portato della storia di una vita. Il mio intento è stato quello di raccontare un’esperienza, quella di mio fratello, che può essere utile a leggere in che modo è stata messa in atto la riforma del sistema psichiatrico”.

Vero è che “discutendo di malattia mentale – come spiega la dottoressa Rossi – l’Italia presenta una panoramica a macchie di leopardo, fatta di punti di eccellenza, ma anche di luoghi di profonda arretratezza”. In Parlamento, intanto, sono almeno sette le proposte di modifica della legge Basaglia. Al parterre di progetti delle destre, peraltro, sono andate ad aggiungersi anche le bozze del centrosinistra a riproporre il trattamento sanitario obbligatorio. Il punto è che correttivi e miglioramenti saranno pure benvenuti in un sistema come quello psichiatrico che presenta aspetti di grande inefficienza, ma solo quando sia chiaro che lo scopo, come evidenzia Sara Palazzoli, segretaria generale Flai-Cgil Umbria, è di recuperare il “valore della dignità umana, per la riaffermazione di una società solidale che si opponga a politiche di esclusione, nella consapevolezza che la diversità è un valore aggiunto”.

La fase delle soluzioni collettive a problemi individuali, però, sembra esaurita da tempo. Dalla sanità all’immigrazione, passando per le questioni relative all’ordine pubblico, o al diritto all’istruzione, la logica che orienta la politica è tornata indietro di qualche era geologica e i soggetti che “rompono”, in un qualche modo, sono ancora una volta soggetti ad essere rinchiusi. L’unica battaglia possibile, allora, è nel Paese, tra la gente comune. Il senso dello sciopero generale, il prossimo 6 maggio, è tutto qui. Occorre riavviare il percorso verso una società diversa e se non scendiamo in campo adesso la partita è persa.

Saverio Monno
Ufficio stampa Cgil Umbria
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