La Costituzione e la fabbrica

Il 22 dicembre 2017 ricorrono i 70 anni dall’approvazione della Carta Costituzionale.

La nostra è una delle Costituzioni democratiche più giovani dei Paesi occidentali, forse anche per questo, a 70 anni dalla sua approvazione, ancora non è pienamente attuata. Anzi, in questo momento sta vivendo una fase particolarmente critica che, soprattutto nell’ultimo periodo, vede riaffacciarsi simboli, linguaggi e comportamenti che la stessa Carta Costituzionale, nata dalla Resistenza, ha messo fuori legge. La Carta è fondata, infatti, su principi quali l’uguaglianza, la tolleranza, la solidarietà, che sono l’esatto opposto dei rigurgiti neofascisti che stanno attraversando il paese e che, non a caso, vedono nel sindacato, nella Cgil, un obiettivo prioritario.

Eppure l’articolo 1 del testo costituzionale non lascia spazio a dubbi: l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul Lavoro e quindi sui diritti dei lavoratori. Perché è attraverso il lavoro che le persone, tutte, senza distinzione, costruiscono la propria libertà e difendono la propria dignità. Nella storia del nostro Paese c’è stata una fase in cui questo concetto ha raggiunto il suo punto più alto, rappresentato dallo Statuto dei Lavoratori del 1970, una legge che ha consentito al Paese di crescere come mai nella sua storia e alle persone di conquistare la piena consapevolezza dei propri diritti e dei propri doveri. Tant’è che in quel momento si è detto che la democrazia entrava in fabbrica e la Costituzione veniva pienamente attuata. Oggi, paradossalmente, come ricorda spesso Maurizio Landini, ci troviamo in una fase opposta, con i sindacalisti che sono costretti a chiedere che una legge dello Stato, il jobs act, non venga applicata nei luoghi di lavoro. Perché, al contrario di quello che avveniva allora, oggi le leggi tolgono diritti anziché garantirne di nuovi. E così, la Costituzione che era entrata in fabbrica, oggi, rischia concretamente di uscirne fuori. Quello che succede in Ryanair, Amazon e Ikea, per fare solo alcuni esempi più noti, è una dimostrazione pratica di questo arretramento. Ma, attenzione, quando si negano quotidianamente i diritti alle persone, quando si estromette la democrazia dai luoghi di lavoro, anche laddove si pensa di avere a che fare con imprenditori benevoli e illuminati, si ha sempre un effetto nefasto: si disabituano le persone alle pratiche democratiche anche fuori dai luoghi di lavoro. Ci si abitua a subire scelte e decisioni calate dall’alto. Ci si rassegna all’ineluttabilità e ognuno prova a salvare se stesso come può, non mettendo in discussione le regole del gioco. E questo vale soprattutto per le nuove generazioni, che non hanno conosciuto quella fase di avanzamento e riscatto che ha attraversato il nostro paese nel secolo scorso.

Quindi, abbiamo un compito difficile ma straordinario nel prossimi 70 anni: cercare di capire come in una società evoluta e diversa da quella delle nostre madri e dei nostri padri costituenti, quei principi di libertà e dignità delle persone, a partire dai luoghi di lavoro, trovino ancora piena attuazione. Perché per quanto possa evolversi e trasformarsi, un edificio ha bisogno di fondamenta solide senza le quali, prima o poi, è destinato a crollare rovinosamente.

Vincenzo Sgalla

Segretario generale Cgil Umbria

 

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