Deboli segnali di ripresa, ma su occupazione e consumi è ancora buio pesto

Segnali di inversione di tendenza per l’economia umbra, ma da prendere con le molle, prima di tutto perché molto deboli (nel 2017 il Pil dovrebbe tornare a crescere, ma solo dell’1,1%, meno della media nazionale e del Centro) e poi perché il gap con il 2007, prima dell’inizio della grande discesa, è ancora enorme: 13,4 punti percentuali di Pil, ovvero 3,6 miliardi di euro di ricchezza in meno. È questa la lettura della situazione che emerge dall’ultimo rapporto dell’Ires Cgil Umbria, curato dai ricercatori Marco Batazzi e Lorenzo Testa, e presentato oggi, 16 maggio, a Terni, da Mario Bravi, presidente dell’Ires Umbria, Attilio Romanelli, segretario generale della Cgil di Terni, Filippo Ciavaglia, segretario generale della Cgil di Perugia e Andrea Farinelli, della segreteria regionale Cgil Umbria.
 
Dal rapporto emergono segnali positivi soprattutto sul fronte delle esportazioni, sostenute dalle condizioni favorevoli del ciclo globale, mentre per quanto riguarda occupazione e consumi il quadro è molto meno esaltante. Nel 2017 il numero di occupati in Umbria si è attestato a quota 354.803, con un incremento di appena 576 unità rispetto al 2016 (+0,2%), ma a crescere è solo il lavoro a termine (+20,4%), mentre cala fortemente (specie in provincia di Terni) il lavoro autonomo e arretra anche quello dipendente a tempo indeterminato. I disoccupati tornano a crescere, raggiungendo quota 41.762. Per quanto riguarda i consumi, poi, l’Umbria registra l’ottavo trimestre consecutivo di contrazione.
“È evidente che i segnali molto flebili di ripresa che si registrano vanno colti positivamente, ma non sono sufficienti da soli ad immaginare una risalita per l’Umbria – sostiene la Cgil – per questo da tempo chiediamo un nuovo progetto per la nostra regione, che concentri tutti gli sforzi e le risorse sull’obiettivo di creazione di nuovo lavoro di qualità, stabile e ben retribuito. Solo così infatti – conclude il sindacato – si può pensare di riattivare la domanda interna e di conseguenza i consumi. E solo così, soprattutto, è possibile combattere le crescenti disuguaglianze che stanno mettendo a rischio la coesione sociale che da sempre ci caratterizza”.
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