Pubblico impiego: se ci fermiamo non ci saranno tempi migliori

“Se fossi un dipendente pubblico, la mattina guardandomi allo specchio, mi vergognerei!”

Queste affermazioni, se ben ricordate, sono del presidente del consiglio. Le fece alcuni anni fa e con esse inaugurò un nuovo sistema di becera comunicazione mediatica per lui identitario: esternazioni forti per misurarne poi i risvolti e le risposte.

Un sasso gettato nello stagno per capire che tipo di onde avrebbe potuto sollevare. Subito si capì che, a parte le vibrate proteste della FPCGIL, le reazioni del resto della compagine sindacale e politica avevano i contorni di qualche increspatura dell’acqua e niente più.

Da lì a poco iniziò l’opera umiliatrice e di delegittimazione del lavoro pubblico del ministro Brunetta.

L’opera, di rara ingegneria politica, è riuscita purtroppo a creare un solco profondo tra i cittadini ed i dipendenti pubblici.

Cittadini la cui stragrande maggioranza, come dicono vari sondaggi, apprezzano il grado di efficienza dei servizi pubblici ma che considera fannulloni, ed inefficienti chi quei servizi cura ed eroga.

Un sentimento generale apparentemente schizofrenico ma che dimostra come l’opera di questo ministro si sia incuneata nell’immaginario collettivo ed abbia nuociuto sulla dignità professionale dei nostri lavoratori.

Su questa materia si è poi scatenata la stampa.
Intere trasmissioni televisive sono vissute per lungo tempo trattando questo argomento. Dibattiti, telegiornali, per mesi il dipendente pubblico è stato messo alla gogna, criticato e sbeffeggiato.

Non sono mancate inchieste da parte della magistratura, sia essa ordinaria che contabile, inchieste poi utilizzate strumentalmente dai media per sollecitare le lamentele dei cittadini e mettere sotto accusa la qualità e l’efficienza dei servizi pubblici.

Durante questo periodo noi, la Funzione Pubblica CGIL, siamo stati in campo, per arginare questa deriva populista tentando in ogni maniera di far valere le ragioni, concrete e reali che caratterizzano le difficoltà di un mondo, come quello del

pubblico impiego, concretamente vasto e variegato.

Lo abbiamo fatto attraverso prese di posizione continue, comunicati stampa, sit in, presidi, manifestazioni e scioperi.

Lo abbiamo fatto però in un clima di solitudine, con la Cisl e la Uil sempre distanti e con il silenzio assordante di una opposizione politica che, a parte qualche timido distinguo, ha nel tempo avvalorato le posizioni della maggioranza.

Non ci siamo però fermati allora e non ci fermiamo ora.

Dobbiamo ricostruire un sentimento comune con i cittadini, ricreare un’alleanza a difesa dei servizi pubblici e della grande dignità del nostro lavoro.

Lo stiamo facendo cercando collaborazione con le associazioni dei cittadini e per questo abbiamo invitato ad intervenire alla nostra assemblea, e lo ringraziamo per aver accettato, Pierpaolo Marconi, responsabile dell’Associazione Cittadinanzattiva-Tribunale diritti del malato di Terni.

Era per noi già evidente infatti, ed oggi è sotto gli occhi di tutti, che l’attacco verso i lavoratori pubblici non aveva come obbiettivo il miglioramento dei servizi e non accompagnava certamente una riforma della pubblica amministrazione.

Per risanare la pubblica amministrazione infatti sarebbe stato necessario ben altro.

Prima di tutto una riforma condivisa con i lavoratori e non contro i lavoratori.

Ci sarebbe stato bisogno di nuove risorse economiche e strumentali per migliorare le condizioni lavorative;

Ci sarebbe stato bisogno di una migliore qualificazione dell’utilizzo delle risorse economiche e delle professionalità per far fronte alle nuove necessità del paese;

Ci sarebbe stato bisogno di un vero processo di sburocratizzazione della pubblica amministrazione e di efficientamento dei servizi all’utenza;

Ci sarebbe stato bisogno di incentivare e non mortificare le condizioni economiche dei lavoratori, attraverso premialità aggiuntive legate ad obbiettivi certi e raggiungibili ma anche a premi veri concreti, tangibili.

Niente di tutto questo.

No, gli obbiettivi principali erano altri ed oggi si stanno materializzando in tutta la loro drammaticità.

La privatizzazione di larghe fette di servizi pubblici sui quali si
sono dirottati gli appetiti di quegli industriali che, non avendo mai fatto della ricerca e della innovazione la base propulsiva delle loro attività, si trovano oggi sconfitti nel processo della globalizzazione e dalla crisi economica e non riescono più a confrontarsi con altre realtà imprenditoriali europee e mondiali soprattutto in una situazione di grande difficoltà come questa.

Ecco quindi il tentativo e la cinica utilità di privatizzare un bene comune ed essenziale come l’acqua.
Su questo, pensando al prossimo referendum, mi sento di lanciare un appello a

tutti noi sull’importanza di sentirci in dovere a partecipare alla consultazione per votare si ai due quesiti che ci saranno posti.

L’acqua è un diritto umano universale, per questo la gestione non può che essere pubblica. È un dovere che dobbiamo sentire nostro soprattutto verso le nuove generazioni.

Ed ancora, il superamento della rete di tutele e di diritti conquistati nel tempo dalle lotte operaie, dai nostri genitori,  riportando indietro di 40 anni la condizione dei lavoratori con forme di dumping contrattuale che caratterizzano ormai drammaticamente tutto il mondo del lavoro ed anche la nostra categoria.

Anzi, in poco tempo, dopo gli attacchi ai diritti dei lavoratori pubblici è arrivato infatti quello ai lavoratori del settore privato con le conseguenze che sapete.

Abbiamo capito da subito che questi erano gli obiettivi primari di una durissima ed aggressiva campagna mediatica di delegittimazione del lavoro pubblico ed è stato subito compreso come sarebbe stato importante e vitale unire gli sforzi tra lavoratori pubblici e privati nel tentativo di arginare questa deriva che colpisce il lavoro come valore etico e morale, così come riconosciuto dalla nostra stessa carta costituzionale.

Ma tutto questo naturalmente non è bastato per arginare l’aggressività di un governo arrogante ed antidemocratico.

Con la legge Brunetta e la finanziaria si è arrivati a:

-Bloccare i contratti nazionali e la contrattazione decentrata.

-Tagliare il salario accessorio nelle Regioni, Enti Locali e Sanità.

-Bloccare le possibilità di ogni percorso di riqualificazione professionale e di carriera, dal blocco delle progressioni orizzontali alla cancellazione di quelle verticali

-Si sono inserite le fasce di merito per la produttività, la così detta performance, cosìcché su 4 lavoratori uno è bravo, due non fanno danni ed uno diventa somaro per legge.

Una norma dai danni incalcolabili. Basti pensare ad esempio a chi lavora in una sala operatoria o in un pronto soccorso. Servizi dove i lavoratori sono chiamati ogni minuto a collaborare in sinergia per salvare vite umane. Come si farà a stabilire chi è il fannullone di turno?

Ed ancora, le donne del pubblico impiego saranno obbligate ai 65 anni per la pensione, mortificando e disconoscendo così con questa scelta, il grande valore sociale aggiunto prodotto da donne che spesso sono chiamate ad assolvere ai bisogni all’interno delle loro famiglie, sopperendo alle carenze di uno stato che sembra refrattario ai problemi di quelle persone che hanno maggiori difficoltà fisiche, di salute e di disagio sociale.

Ed infine, il blocco delle elezioni per il rinnovo delle Rsu che rappresenta una flessione  democratica pericolosa.

Interventi quindi dal contenuto fortemente ideologico che hanno accompagnato un’ azione di taglio delle retribuzioni che risultano così pesantemente ridotte.

Circa 1600 Euro nel triennio. E’ la quantificazione media del danno retributivo a carico del lavoro pubblico.

Tutto questo con l’ultimo accordo separato quello sottoscritto il 4 febbraio, la Cisl e la Uil lo hanno tranquillamente accettato e fatto proprio.

Un accordo che si è costruito su un tradimento, con una vera e propria trappola .

Mentre insieme a noi, la Cisl e la Uil di categoria avevano trovato convergenza ed unitarietà di intenti in un accordo che in 12 punti rivendicava l’applicazione ed il pieno riconoscimento del contratto nazionale, della contrattazione integrativa, del rinnovo delle RSU, delle prospettive di stabilità per i lavoratori precari, tentando di avviare anche una nuova stagione di relazioni sindacali nelle categorie, su un altro tavolo Bonanni e Angeletti insieme a Brunetta e  Sacconi si mettevano d’accordo su tutto un altro fronte, spazzando via quell’impegno unitario per partorire un vero e proprio tradimento.

Non solo verso la CGIL ma soprattutto verso i lavoratori che ancora una volta hanno subito i tentativi della Cisl e della Uil che con modalità tutt’altro che trasparenti e democratiche, molto vicine al vero e proprio inciucio, si adoperano con il governo per tenere fuori dai tavoli di contrattazione la nostra organizzazione, negando il confronto e la partecipazione.

Si è così costruito un articolato dei diritti e della dignità dei lavoratori il quale, naturalmente, non poteva vedere la firma della CGIL.

In questo articolato si è inserita anche la norma sulle commissioni paritetiche per l’attuazione della riforma, nelle quali, guarda caso, potranno essere presenti solo i sindacati firmatari cioè la Cisl e la Uil.

È evidente che quanto accaduto è semplicemente inaccettabile.

Per colpire la CGIL, unica vera, forte ed autentica voce critica sull’operato sciagurato di questo governo, si sta colpendo il lavoro pubblico ed i lavoratori, quelli che quotidianamente rendono la Pubblica Amministrazione un luogo in cui si agiscono i diritti costituzionalmente sanciti e che, con il loro impegno quotidiano garantiscono il livello di welfare e la stessa coesione sociale.

Io non penso che possiamo fermarci e restare in attesa di tempi migliori perché se noi ci fermiamo non ci saranno… tempi migliori!.

Basta fare una riflessione, dal mio punto di vista, elementare:

Il contratto nazionale è bloccato.

Si stanno revisionando i comparti nei quali, ad esempio, la sanità sarà inserita nello stesso comparto delle regioni.

Intanto il federalismo, della peggior specie, in un quadro drammatico di risorse generato dai tagli lineari di Tremonti, sta venendo avanti.

Allora, soprattutto nel nuovo comparto Regioni-Sanità siamo proprio sicuri che riusciremo a mantenere il contratto nazionale?

Qualche rischio secondo me c’è, e figurarsi per gli enti locali, sui quali si è scaricato il colpo più forte della mannaia di Tremonti!

In tale contesto ritengo assolutamente necessario che in un clima di grande difficoltà generato dai tagli trasversali, le amministrazioni non si sentano autosufficienti nell’affrontare le problematiche che attengono una nuova gestione dell’organizzazione del lavoro e la necessaria ridefinizione dei servizi all’utenza.

I primi segnali infatti sono abbastanza preoccupanti anche nel nostro territorio. Rivendichiamo con forza le nostre prerogative che attengono ad una categoria che con il suo patrimonio, politico,  culturale e contrattuale  intende svolgere pienamente il suo ruolo per la valorizzazione e la salvaguardia dei servizi pubblici.

Per Cisl e Uil anche questo non sarà un problema, anche se adesso paradossalmente, spesso dichiarano il contrario.
Per loro l’importante e riuscire ad ottenere gli enti bilaterali nei quali sindacato e datori di lavoro saranno insieme, ove i lavoratori dovranno essere obbligati all’iscrizione al sindacato ed ove i finanziamenti, oltre alle tessere obbligatorie, arriveranno dallo stato, che invece dovrebbe essere la controparte.

Una società di servizi, caratterizzata da interessi economici comuni con vere e proprie finalità di lucro, ottenuto anche attraverso la vendita di prodotti, spesso inutili, lanciati sul mercato del lavoro con il più perfetto stile promozionale e manageriale berlusconiano.

Parlo, tanto per essere chiari, della questione delle assicurazioni.

Non dobbiamo mai dimenticare infatti che il nostro presidente del consiglio detiene gran parte del potere economico nel nostro paese ed ha interessi diffusi in tutti i campi, anche nelle imprese e società di servizi che potranno certamente intersecare i propri interessi con gli enti bilaterali.

Un paradigma diabolico del più sfrenato capitalismo e consumismo!.

Io penso invece che dobbiamo difendere la libertà dell’iscrizione al sindacato, la natura rivendicativa del sindacato stesso, il suo valore etico e sociale, non a caso disciplinato nella nostra carta costituzionale, il suo ruolo fondamentale a tutela dei diritti di tutto il mondo del lavoro, mondo oggi così pesantemente colpito dalla crisi economica globale.

Non ci dimentichiamo infatti che, come già lo stesso Epifani aveva intuito, è sul mondo del lavoro che si sta scaricando il prezzo di una crisi economica e globale della quale i lavoratori non hanno alcuna responsabilità ma ne soffrono esclusivamente le conseguenze, sia in termini salariali, retributivi ed occupazionali sia per la contrazione del quadro dei diritti e delle tutele.

Dobbiamo difendere con decisione ed orgoglio la libertà di libera adesione al sindacato, riconoscendone in tal modo il grande valore etico, sociale e politico.

L’orgoglio di coloro che nonostante tutto con il loro impegno quotidiano, continuano a mantenere il livello di servizi importanti, irrinunciabili e che costituiscono l’ossatura portante di una società democratica.

E’ ormai chiaro che la Cisl e la Uil rappresentano una formidabile sponda ad un governo autoritario e populista capace di scelte che hanno delegittimato e minato l’immagine stessa del nostro paese, anche nei confronti dei partner internazionali.

La messa in discussione dello stato di diritto, delle regole, del rispetto delle istituzioni e della dignità delle persone, l’attacco all’immagine delle donne, dei cittadini migranti bollati come clandestini, l’assenza di autonomia, di disciplina e di onore di coloro che hanno ricevuto un mandato politico, il peso dell’ipoteca del denaro e dell’interesse privato nell’uso dei poteri pubblici, l’assenza di indipendenza dei poteri di garanzia e controllo, l’assenza di equità e giustizia sociale, l’oppressione evidente di un sistema di clientele generalizzato, costituiscono purtroppo elementi più che sufficienti a rappresentare una situazione di profondo degrado politico, etico e sociale del nostro paese nel quale il problema occupazionale e della perdita del posto di lavoro, può costituire l’effetto deflagratore per la stessa coesione sociale.

Noi veniamo dalla cultura di Giuseppe Di Vittorio e sappiamo di doverci impegnare affinché il mondo del lavoro sia unito perché divisi si è più deboli.

Sappiamo di doverci impegnare ogni giorno soprattutto quando la situazione, come oggi, diventa più difficile e complicata.

La cosa che non possiamo fare è cambiare la nostra identità, quella identità così mirabilmente definita dalle parole di un grande segretario come Luciano Lama, “Noi, diceva Lama, abbiamo sempre cercato di parlare ai lavoratori come a degli uomini, di parlare al loro cervello e al loro cuore, alla loro coscienza, in questo modo il sindacato è diventato scuola di giustizia, di democrazia e di libertà”.

Continueremo a farlo, perché sappiamo che solo attraverso il sostegno dei lavoratori potremo riuscire a tenere e resistere nella difesa dei diritti.

Per questo forse, in molti, cittadini, lavoratori e lavoratrici che non si sentono più rappresentati in un quadro di profondo degrado etico e politico, guardano a noi con fiducia e speranza.

Per questo è particolarmente importante il vostro sostegno e la vostra partecipazione.

Stanno tentando di mettere in difficoltà la nostra organizzazione, usando ogni mezzo ma non ci riusciranno perché sappiamo stare in campo a difesa dei valori fondativi del nostro sistema democratico con una esperienza centenaria.

CISL e UIL che hanno svenduto il valore dell’unità sindacale indebolendo tutto il mondo del lavoro, per quanto fatto, dovranno assumersi tutte le proprie responsabilità.

Nulla è per sempre ed anche l’epoca di Berlusconi e del berlusconismo avrà termine.
Care compagne e cari compagni, amiche ed amici, non è più tempo di indugiare.
Mi hanno commosso e dato grande speranza gli operai di Pomigliano e Mirafiori.

Quelle persone, uomini e donne, hanno messo in gioco non il prezzo di una giornata di lavoro ma il proprio impiego, il proprio futuro ed hanno scelto che la dignità espressa dalla salvaguardia dei diritti, è un valore non negoziabile.

Pur di fronte ad una scelta terribile, in tantissimi non hanno esitato a voler affermare con determinazione e coraggio, che niente può valere quanto i diritti e la dignità dei lavoratori.

Quanto è successo con questo referendum deve far riflettere ognuno di noi sulla necessità di rialzare la testa in ogni posto di lavoro ed in tutte le situazioni nelle quali l’avanzare di una deriva populista può apparire ineluttabile.

Lo sciopero del 6 Maggio rappresenta per questo un’occasione importante.

Può essere l’inizio di una nuova stagione di iniziativa e di lotta per riconquistare il diritto ad un contratto, la titolarità della contrattazione integrativa, la democrazia nei posti di lavoro con il rinnovo delle Rsu, ma soprattutto per fare verità, chiarezza e salvaguardare la nostra dignità con l’orgoglio di chi sa di lavorare, sia pur tra mille difficoltà, per il bene dei cittadini, per la tutela dei diritti di cittadinanza e del bene comune.

Lavoriamo, partecipiamo, impegniamoci tutti affinché tutti insieme si possa finalmente riscoprire una speranza, un’unità di intenti, la forza di un’utopia: che cambiare si può.

Terni, 22 Marzo 2011
Fabrizio Collazzoni – Segretario generale Fp-Cgil Terni
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