Sanità, è ora di cambiare registro

Bisogna evitare che alla fine, nello scontro in atto tra Governo e Regioni sulla Sanità, a rimetterci, ancora di più, siano cittadini ed operatori. Il Governo ha deciso di mettere un miliardo in più per il 2016 nel fondo sanitario. In realtà si tratta di 2 mld in meno rispetto a quanto ritenuto necessario, insieme alle Regioni, non più tardi del luglio scorso, senza dimenticare che la spesa sanitaria italiana è molto più bassa che negli altri Paesi europei.
Aggiungiamo che i cittadini, secondo l’ultimo rapporto CENSIS, nel 41,7% dei casi hanno dovuto rinunciare ad una prestazione sanitaria nel 2014 per motivi economici o per le lunghe liste d’attesa. E hanno dovuto sborsare di tasca propria il 14,5% in più rispetto all’anno precedente: quasi un quarto della spesa sanitaria pubblica.
L’Art. 32 della Costituzione viene continuamente tradito da liste d’attesa, ticket, contrazione dei servizi e difficoltà di accesso alle cure necessarie per cittadini e pensionati. E non basta essere esenti dal ticket se poi non si riesce ad ottenere la prestazione e si è costretti a rivolgersi al privato.

Anche dal punto di vista del personale le cose non vanno meglio: i contratti sono bloccati da cinque anni e il lavoro precario sta diventando la norma anche nel mondo della sanità. Gli operatori sono troppo spesso mortificarti professionalmente da una burocrazia che li vorrebbe costringere ad una medicina “amministrata”, che non guarda all’esclusivo interesse del paziente.

E oggi il Governo tende ad intimidirli, minacciando punizioni anche ai medici con la scusa della appropriatezza: in sostanza si vuole che prescrivano meno. Un altro modo per risparmiare rendendo difficoltoso l’accesso alle cure.
Ma le responsabilità del Governo non possono essere un alibi per le Regioni, per scaricare tutto su operatori e cittadini, comprimendo i servizi e peggiorando le condizioni di lavoro. Le Regioni non possono insomma rinunciare al loro ruolo politico, visto che per ora il livello istituzionale che ha il completo controllo della sanità (e delle risorse) è la Regione.
Eppure, succede anche in Umbria che l’accesso alle cure sia compromesso da liste d’attesa eccessive, da ticket, e da riduzione dell’offerta di servizi. Si continua con una politica compressiva, che taglia i servizi e scarica sugli operatori le difficoltà, invece di colpire qualche visibile spreco.
Come se non bastasse, ai problemi nazionali si aggiungono nella nostra regione ulteriori penalizzazioni a medici, infermieri e altro personale. Anche in Umbria il precariato è diventato di ordinaria amministrazione, con minori tutele e garanzie per chi lavora.
L’esperienza ci insegna che, anche nella nostra regione, troppo spesso la razionalizzazione non si canalizza in un coerente processo riformatore e viene banalmente tradotta in penalizzazioni e tagli lineari.
E’ ora di cambiare registro e puntare ad un profondo rinnovamento del sistema, per renderlo adeguato alle esigenze attuali, promuovendo le riforme vere, che servono al sistema per essere sostenibile.
Cgil Cisl e Uil, insieme alle organizzazioni sindacali dei pensionati, da tempo hanno elaborato proposte e promosso iniziative. Ora chiedono un incontro per un confronto di merito alla Regione, in grado di produrre quei risultati di buona sanità da tutti auspicati. Affrontiamo i temi quali Casa della Salute, cure territoriali, razionalizzazione della rete ospedaliera, sviluppo delle eccellenze, valorizzazione del personale, riduzione della burocrazie e tecnocrazie, assistenza domiciliare, non autosufficienza e, se necessario, di compartecipazione alla spesa di chi se lo può permettere.
Le riforme non basta evocarle, vano realizzate. Se siamo una regione virtuosa, in sanità, è ora di dimostrarlo.

Perugia, 8 novembre 2015
Cgil Umbria
Cisl Umbria
Uil Umbria
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