Settore commercio: basta con il far west

Da eventi straordinari e circoscritti si sta passando alla richiesta di maggiori aperture, di flessibilità spinta negli orari e di forme contrattuali di lavoro che mettono in discussione regole, leggi e contratti di lavoro.

Le istituzioni, le controparti e la stessa politica non possono più far finta di non vedere, o peggio di evitare di mettere in campo un ruolo di governo dei diversi processi in atto, per contrastare in primo luogo una deregolazione selvaggia, il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro di tante donne e di tanti giovani, a partire dalla rimessa in discussione del proprio tempo di vita e dalla quasi totale assenza di offerte di lavoro che possano creare indipendenza economica e una prospettiva di futuro.

La crisi in atto, per dimensione ed effetti, imporrebbe la rimessa in discussione anche di questo modello di consumi e di sviluppo commerciale e al tempo stesso una doverosa e necessaria riflessione su quale modello sociale, culturale e del territorio si vuol perseguire, di come affrontare gli aspetti legati alle ripercussioni contrattuali e di reddito sui lavoratori e sulle lavoratrici già fortemente colpiti dalla crisi economica e occupazionale.

Il tema dello sviluppo sociale e dei consumi, il futuro del settore sono aspetti strettamente legati alle condizioni di lavoro e di vita delle lavoratrici e dei lavoratori coinvolti e occuparsi e preoccuparsi di questo significa saper salvaguardare l’occupazione e creare sempre di più buona occupazione.

Per questo motivo l’apertura dei centri commerciali e dei negozi nei festivi e di domenica non è la risposta alla crisi. Chiediamo che su questo aspetto si riapra una discussione di merito, per una nuova ed efficace programmazione e regolamentazione regionale attraverso una pianificazione commerciale come ripensamento del riequilibrio del territorio, del modello economico e sociale che si vuole sostenere, di un modello di consumi che faccia i conti con la stessa sostenibilità ambientale .

La crisi in atto ha cambiato e continuerà a cambiare il modo di consumare ed è molto probabile che, anche quando la crisi sarà superata, il modo stesso di consumare non sarà più come quello ante-crisi, sarà diverso e per questo che diventa fondamentale rimettere al centro una discussione con le stesse istituzioni e controparti sul ripensamento dell’attuale modello di distribuzione e di regolamentazione del settore.

Per questo riteniamo necessario rivendicare una politica di scelte e di indirizzo capaci di contrastare l’imbarbarimento culturale che porta le persone, il consumatore a considerare la visita al centro commerciale o la spesa domenicale una consuetudine al pari di una visita in un museo o una passeggiata in città.

Tutti noi sappiamo che nella stragrande maggioranza dei paesi europei la domenica è un giorno di riposo settimanale, un costume e un modello sociale consolidato.

Mentre qui da noi il lavoro domenicale sta diventando una regola indispensabile e necessaria come se fosse una essenzialità del servizio, non si è mai aperta una vera discussione sul modello e la stessa organizzazione sociale che chiami in causa l’insieme del funzionamento e fruizione dei servizi pubblici locali e gli orari nelle città.

Non possiamo sottovalutare che quando si parla di commercio si parla prevalentemente di lavoratrici donne, di come si conciliano vita e lavoro, delle ricadute sulla vita familiare quando in particolare si è costretti a lavorare di domenica.

Il consumo è sicuramente una attività economica indispensabile, ha creato occupazione, ma non per questo deve essere caratterizzato e spinto all’estrema liberalizzazione e non può essere sostitutivo dei valori veri di una comunità democratica.

Per queste ragioni il valore del lavoratore e delle lavoratrici in quanto persone deve essere salvaguardato e valorizzato, come la qualità del lavoro che viene offerto e che trova quasi sempre forme di precariato, part-time o con poche ore e un livello reddituale non più sostenibile. Tutto questo non è certo buona occupazione.

Per di più, lo stesso CCNL del terziario, recentemente sottoscritto a firma separata, peggiora di molto le condizioni di lavoro, indebolisce il sistema delle regole e priva le parti della negozziazione su orari e organizzazione del lavoro, riposi e conciliazione dei tempi.

L’insieme di questi aspetti ci porta a dire che deve essere riaperta la discussione sul piano del commercio e la sua programmazione, sulla legge di recepimento della direttiva comunitaria, sul lavoro domenicale e i festivi nel commercio, sul sistema delle deroghe che i comuni, sotto la spinta delle diverse associazioni, continuano ad attuare.

Chiediamo alla Regione di riaprire il confronto e delineare uno scenario diverso da quello attuale per un futuro dove coesistano differenti istanze orientando il consumo verso un modello sostenibile per il territorio e sostenibile per le lavoratrici e i lavoratori ribadendo ancora una volta che la liberalizzazione spinta non è la risposta alla crisi e al consumo e non è un vantaggio per i consumatori .

p.la Segreteria Regionale Cgil Umbria

Perugia li 14.04.2011 Fattorini Gianfranco

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