Troppa nebbia sul futuro della sanità in Umbria

Nonostante la firma del protocollo tra sindacati e Regione dell’Umbria per la condivisione di un corretto modello di relazioni sindacali, ci troviamo come Cgil a constatare che tale protocollo è già disatteso, tanto da parte della presidente della giunta che dell’assessore alla Sanità. Un assordante silenzio impedisce alle organizzazioni firmatarie e soprattutto alla collettività umbra di conoscere e comprendere quali siano gli intendimenti del massimo organo istituzionale della nostra regione, sulle prospettive e sull’evoluzione della sanità umbra.

Non vorremmo essere in presenza di una limitazione all’esercizio della democrazia, intesa anche come possibilità e capacità della collettività di controllare e valutare le scelte compiute dai propri rappresentanti, che dovrebbero agire in nome e per conto dei cittadini elettori. Tra questi, ovviamente, debbono essere annoverati gli 11.000 lavoratori e lavoratrici della sanità umbra che da oramai troppi anni sono sottoposti a condizioni di lavoro sempre più disagiate e, nel contempo, si vedono negare il diritto al rinnovo del proprio contratto di lavoro, con una significativa perdita del potere di acquisto del proprio stipendio.

Dopo l’emanazione della legge 18 del dicembre scorso – quindi in questa prima metà d’anno – poco è stato prodotto in tema di razionalizzazione ed efficientamento del SSR. Si è solo preceduto ad un restyling delle aziende sanitarie, con il loro parziale accorpamento, ma rispetto agli impegni assunti attraverso la legge regionale, per altro anche questi parziali e privi di indicazioni riguardanti gli eventuali risparmi di spesa attesi, ad oggi conosciamo solo sporadici atti concreti, come la centralizzazione del 118 (sul quale abbiamo pure espresso alcune perplessità, soprattutto nel metodo) e la chiusura del servizio di citologia di Terni, dove rimane ancora indefinito l’utilizzo dei professionisti lì operanti.

La razionalizzazione dei punti nascita non vede ancora la luce. Quanti ne chiuderanno, dove e come si intende potenziare, quanti ne rimarranno? Stesso discorso per le case della salute. E poi c’è la diminuzione dei punti di vaccinazione: quale beneficio in termini di efficacia e di efficienza dell’azione intrapresa ha prodotto?

Ancora: la direzione regionale per la committenza fatica ad oggi a definire un proprio ruolo e una propria attività. Nulla si conosce rispetto alle scelte che determineranno gli accorpamenti dei dipartimenti territoriali, così come nulla è dato sapere sugli atti aziendali che dovevano essere compiuti entro il mese di giugno.

Noi pensiamo che la sanità pubblica umbra debba aprirsi a reali forme di partecipazione e che la salute – individuale e collettiva – debba essere considerata alla stregua di un bene comune, da proteggere e promuovere, rendendo le persone protagoniste ed attori principali della sua tutela. Noi pensiamo che debba essere garantita la possibilità di un contributo collettivo alla programmazione ed alle scelte , indirizzato ad individuare percorsi di prevenzione e di assistenza.

A questo proposito continuiamo ad evidenziare perplessità circa il metodo seguito per la stipula della convenzione con l’Università degli Studi di Perugia, che consegna ad un organo terzo, che sta attraversando una profonda crisi di identità, il potere di programmazione e gestione di una parte importante della sanità umbra, quali gli ospedali di Perugia e Terni, cosa che avrà comunque una ricaduta anche nei livelli sanitari territoriali. Non si comprende, peraltro, quali e quante saranno le diramazioni all’interno dei servizi territoriali.

Non si pensi che diminuire il numero di dipartimenti ospedalieri sia sufficiente a recuperare le risorse che in questi ultimi anni i diversi governi hanno sottratto alla sanità pubblica. Ed a questo proposito segnaliamo come, ad oggi, non sia per nulla chiaro l’ammontare delle risorse economiche mancanti alla sanità umbra.

Chiediamo dunque che quanto prima – massimo a settembre – si convochi una conferenza regionale sulle problematiche riguardanti la sanità regionale, aperta alle istituzioni locali, alle forze politiche, alla società civile, alle organizzazioni sindacali e indirizzata a elaborare e concretizzare un patto per la salute che impegni la Regione e le sue emanazioni gestionali – ovvero le Direzioni Generali delle Asl e ospedaliere – a ridefinire collettivamente il modello di sanità umbra, secondo criteri di democrazia e di reale efficacia, oltre che di efficienza.

E’ intendimento della Cgil e della Funzione Pubblica dell’Umbria non limitarsi ad una pura azione di testimonianza, o a constatare lo stato critico dell’attuale situazione. Abbiamo idee e proposte, tanto sugli assetti istituzionali, che sulla programmazione e organizzazione dei servizi sanitari pubblici, come sulle forme di partecipazione diffusa che possono essere attivate, ad iniziare da reali processi di valutazione, di individuazione delle criticità e delle priorità.

E mentre si riapre il dibattito nazionale su tickets e sulla sostenibilità del SSN, siamo coscienti dell’eccezionalità della situazione che vede il reale pericolo di un crollo del servizio sanitario pubblico, a vantaggio di una sanità privata che tratta le persone come fonte di guadagno e non come portatrici di diritti inalienabili. Siamo consapevoli che l’art.32 della nostra Costituzione rappresenta una stella polare che deve guidare le azioni delle istituzioni pubbliche.

Noi non faremo mancare la nostra voce.

 

 

Perugia, 2 luglio 2013
 
Raffaella Chiaranti – Cgil regionale Umbria
Vanda Scarpelli – Fp-Cgil Umbria
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