Umbria, un modello economico e sociale frantumato

Care compagne e cari compagni,
visti i tempi da rispettare per l’intervento mi concentrerò solo su pochi temi toccati dell’ampia relazione di Susanna.

Vorrei iniziare ricordandoci un primo nostro preciso impegno, la sicurezza nei luoghi di lavoro.

Queste prime settimane del 2019 sono già segnate da ulteriori e gravissimi eventi mortali.

In Umbria dopo le 18 morti del 2018, nel primo mese dell’anno siamo già a 3 vittime. Numeri intollerabili di fronte ai quali non possiamo e non vogliamo restare a guardare.

Come abbiamo scritto nel nostro documento congressuale IL LAVORO E’, questa resta la priorità assoluta.

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Nel mio intervento vorrei provare a raccontarvi come è stato possibile che una regione rossa, dominata dalla sinistra per 50 anni, terra di Aldo Capitini, ideatore della Marcia Perugia-Assisi, simbolo del pacifismo e dell’accoglienza, sia diventata roccaforte della destra leghista e del populismo targato cinque stelle.

Oggi, sia Perugia che Terni sono governate dalla destra e tutti i sondaggi dicono che anche alle prossime elezioni regionali ci sarà il sorpasso definitivo.

In Umbria, come nel resto del paese, le responsabilità dei partiti della sinistra e dei dirigenti di questi partiti sono evidenti.

Ma questo non basta, a spiegare cosa è successo.

Vorrei provare allora a mettere in evidenza tre fatti accaduti in questi 10 anni, che hanno frantumato un modello economico, politico e di conseguenza sociale.

Il primo, il più consistente, quello che ha contribuito più di ogni altra cosa al profondo cambiamento nella società, è il tracollo economico.

Nel 2007 il Pil procapite della nostra regione era pari al 95% della media nazionale; nel 2017 siamo scesi all’83%. In termini assoluti, in un decennio, l’Umbria ha perso 16 punti di Pil.

La seconda peggior performance a livello nazionale.

Purtroppo, di fronte a questi dati drammatici, la presidente della giunta regionale in carica e quasi tutta la classe dirigente che governa la regione, ha continuato testardamente a perdere tempo, a contestare i dati macroeconomici e a proporre una narrazione “marziana” su fantomatici e ricorrenti segnali di ripresa.

La realtà è che la nostra fragile economia, basata su piccole e piccolissime imprese, per lo più a conduzione familiare, che da sempre hanno avuto una scarsa propensione all’innovazione tecnologica e all’internazionalizzazione, dal 2008 è andata in tilt ed ha iniziato un veloce ed inesorabile declino, segnato da decine e decine di vertenze, crisi, chiusure, con migliaia di licenziamenti.

Di pari passo, le politiche di austerità europee e i conseguenti tagli lineari dei governi nazionali, hanno indebolito il nostro sistema di Welfare regionale, che non è più riuscito a compensare le fragilità economiche e il ritardo strutturale in termini di redditi da lavoro e pensione.

Non a caso sono esplose disuguaglianze che erano sconosciute in precedenza.

In questo quadro – e siamo al secondo elemento – ha pesato l’atteggiamento delle multinazionali presenti sul territorio.

Da Thyssen a Nestlé, fino agli indiani di Jindal, per stare all’attualità della vertenza Treofan, queste grandi aziende si muovono in maniera totalmente autoreferenziale, senza alcuna considerazione per gli interessi del territorio e delle comunità locali.

Le scelte che prendono derivano da decisioni strategiche sovrannazionali, che però, possono avere effetti dirompenti su una realtà piccola e fragile come la nostra. Penso alla discussione strategica in corso sul futuro delle acciaierie di Terni, che da sole rappresentano una quota molto significativa del Pil regionale e più del 30% dell’export. In altre parole, dal futuro delle acciaierie dipende un pezzo importante del futuro dell’Umbria.

In questo contesto, certamente, pesa anche l’arretratezza infrastrutturale della nostra regione.

Proprio la scorsa settimana, un magistrato di Arezzo ha chiuso per ragioni di sicurezza un tratto della E45, l’unica superstrada che attraversa tutta l’Umbria.

Ora è praticamente impossibile raggiungere Cesena e quindi il Nordest. Un fatto gravissimo, che determinerà naturalmente ricadute economiche enormi per la nostra economia.
Il terzo ed ultimo elemento oggettivo di crisi si chiama terremoto e spopolamento delle aree interne.

Il sisma del 2016, lo sapete benissimo, è stato un colpo durissimo subito da territori già in grande difficoltà.

I ritardi clamorosi nella ricostruzione stanno ulteriormente aggravando la situazione.

Il risultato è che lo spopolamento delle zone di montagna, della Valnerina per quanto riguarda l’Umbria, è sempre più grave.

E consentitemi qui di aprire qui una brevissima parentesi per fare una riflessione su uno degli effetti che il reddito di cittadinanza potrebbe avere in un contesto come quello umbro.

Dover accettare un’offerta di lavoro nel raggio – nella migliore delle ipotesi – di 100 chilometri di distanza, può voler dire per la nostra realtà un ulteriore incentivo allo spopolamento…

Ecco, se questo è il quadro di questi ultimi dieci anni in Umbria, direi che è più facile comprendere quel profondo e radicale malessere che porta alle attuali scelte politiche ed elettorali.

Non penso infatti che in Umbria, come nel resto del paese, ci sia stata una “mutazione genetica” dell’elettorato. Penso invece che esista una domanda forte di cambiamento, che anche noi abbiamo faticato ad intercettare.

Perché, diciamocelo, compagne e compagni, anche la Cgil e il sindacato confederale hanno delle responsabilità di fronte a questo quadro desolante.

Abbiamo delle responsabilità con cui fare fino in fondo i conti.

Il congresso è stato ed è un’occasione per farlo.
In Umbria, durante questi mesi di confronto con le lavoratrici e lavoratori, con i precari e con le pensionate e pensionati, in ogni assemblea abbiamo detto e chiesto che si faccia una discussione organica sulla nostra economia, che si costringano tutti gli attori sociali ed economici regionali a fare un accordo quadro che metta a leva le nostre potenzialità, i tanti fattori positivi che l’Umbria ancora ha.

Come Cgil Umbria abbiamo elaborato un Piano del lavoro su base regionale, chiesto ed ottenuto il riconoscimento di Terni come area di crisi complessa, sottoscritto l’accordo di programma per la fascia appenninica. In occasione del congresso regionale ci siamo fatti aiutare dalla fondazione Di Vittorio e dai consulenti scientifici del dipartimento economico nazionale, per offrire alla discussione regionale un’idea di come cambiare la situazione e immaginare un nuovo modello di sviluppo per l’Umbria.

Stiamo animando la discussione sulla ricostruzione, partendo dal rispetto di quel Durc con congruità, garanzia di legalità e sicurezza, che ha avuto origine proprio da noi, nel post sisma del 97.

Insieme a Cisl e Uil regionali proviamo a mettere mano al nuovo piano sanitario regionale, all’annoso problema delle liste d’attesa, alla gestione del mercato del lavoro dopo la riforma.
Eppure, compagne e compagni, anche noi, nonostante il congresso e nonostante la nostra meritoria presenza a fianco di chiunque sia in difficoltà, siamo in molti casi visti come casta, come parte del problema.

Ecco, allora, a partire dall’esperienza di una piccola regione ex rossa, dobbiamo freddamente capire cosa abbiamo sbagliato, cosa dobbiamo cambiare.

Il congresso è l’occasione per fare questa riflessione.

E a mio avviso, fino ad un certo punto, l’abbiamo fatta.

Poi, per responsabilità diffusa, è partita un’altra discussione.

Chiudiamola qui, con il congresso.
Credo sia giusto tornare a dividerci su quello che possiamo e dobbiamo fare per una vertenza o per un contratto. Confrontarci sull’opportunità o meno di uno sciopero generale, di una manifestazione, di una campagna.

Questo tipo di divisioni in Cgil ci sono sempre state e ci dovranno essere sempre, perché non saremo mai un’organizzazione oligarchica. Il pluralismo delle idee è il nostro DNA, la sintesi di questo pluralismo è la nostra intelligenza.

Esercitiamola senza pregiudizi né condizionamenti.
GRAZIE COMPAGNE E COMPAGNI, BUON CONGRESSO

 

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