Un’altra scuola è possibile e necessaria

Ripensare i cicli scolastici, favorire un salto di qualità dell’istruzione tecnica, interdisciplinarietà e aumento degli investimenti nell’istruzione.
Si regge su questi pilastri l’idea di un’altra scuola possibile che la segretaria generale Cgil, Susanna Camusso, delinea nel suo lungo intervento in occasione dell’iniziativa “Orientamento, formazione, lavoro”, organizzata dall’Istituto tecnico-tecnologico di Terni per fare il punto sulla situazione dell’istruzione tecnica nel nostro Paese e a Terni in particolare.
Una ricetta che per alcuni versi “scombina” persino l’impostazione iniziale del dibattito, centrato sull’importanza di “costruire professionalità immediate” e sul ruolo dell’istruzione tecnica per l’ingresso nel mercato del lavoro.

«Bisogna provare a ripartire dal soggetto studente – esordisce Susanna Camusso – e declinare meglio che cosa si intende quando si afferma che l’obiettivo finale è il lavoro, che poi è il tema di questa iniziativa, perché si rischia di dare l’impressione che il lavoro sia solo una retribuzione, mentre tutto quello che c’è intorno e ciò che rappresenta in termini di realizzazione di una persona, non esista. Non si tratta – prosegue la segretaria Cgil – semplicemente di un reddito, perché se fosse solo questo il lavoro potrebbe avere qualsiasi caratteristica, compresa quella dello sfruttamento. Dobbiamo considerare il lavoro innanzitutto come un luogo in cui si determinano elementi di autorealizzazione, uno strumento per essere autonomi e progettare la propria vita. Qualcosa di più complesso del semplice sostanziarsi, per cui ci deve essere una grande attenzione al come è fatto un sistema scolastico».

La leader del sindacato rosso passa poi a declinare il modo in cui andrebbe interpretata la formazione alla luce dei profondi cambiamenti sociali e tecnologici in atto, partendo dalla necessità di «fare in modo che l’istruzione non sia un posto in cui bisogna andare per dovere, ma un diritto che permette di diventare cittadini consapevoli, non solo lavoratori».
«Chiunque dica di sapere quali saranno le tipologie lavorative in futuro o che città sarà Terni tra 10-20 anni – afferma – non dice il vero. Il cambiamento permanente contraddistingue questa congiuntura storica e molte delle terminologie specialistiche del passato non possiamo riprodurle. Negli indirizzi scolastici si discute poco di trasversalità, mentre bisogna superare l’insufficiente logica delle discipline e la tradizionale distinzione tra il manifatturiero e l’intellettuale. Quando pensiamo ai luoghi in cui disegna il futuro, ad esempio la Silicon Valley, immaginiamo che vi siano degli specialisti come ingegneri o informatici, invece ci sono anche urbanisti, archeologi, filosofi. Se il punto è progettare il mondo che verrà bisogna saper incrociare cose diverse, capire i cambiamenti. Fare una polemica sulle scelte degli indirizzi scolastici rischia di avere poco senso, perché è un tema legato a una stagione che purtroppo il nostro Paese ha vissuto, in cui si pensava che tutti sarebbero diventati liberi pensatori free-lance e non ci sarebbe avuto più bisogno di tenere in relazione saperi diversi che invece devono relazionarsi».

L’altro grande tema affrontato è quello degli investimenti.
«Quando si è deciso di tagliare sull’istruzione si è fatto un grande danno al Paese – dichiara Susanna Camusso. «La legge che qualcuno chiama “Buona scuola” è una legge profondamente sbagliata. Il bonus dato ai ragazzi non è stato un investimento formativo, così come non lo è stata l’alternanza scuola-lavoro, che va criticata duramente, almeno per come l’abbiamo conosciuta, sia per lo scarso contenuto formativo sia perché il lavoro va retribuito».
«Sull’istruzione – afferma inoltre – bisogna investire. Anche la storia dell’istituto in cui siamo e dei suoi successi è una storia di investimenti, materiali e non. C’è un grosso problema di lungimiranza in questo Paese, dove prima erano tutti entusiasti del numero chiuso a medicina e oggi scopriamo che non abbiamo abbastanza medici. Non si tratta di rendere più stretto il cerchio, siamo il secondo Paese industriale europeo e il penultimo per laureati».
«Ha ancora senso – chiede – una dualità tra il sistema tra l’istruzione tecnica e non? Rispetto al bisogno di competenze e alla capacità di continuare a formarsi continuamente, come si fa a pensare che si possono avere percorsi di istruzione professionale o tecnica come ponte per chi non ha tanta voglia di studiare invece di farne punti di investimento? Occorre ripensare i cicli scolastici, a partire dal superamento dell’idea che si debba andare a bottega presto. Il nostro Paese ha autorizzato per molto tempo di andare a bottega a 15 anni, ma ora le persone dal lavoro escono a 70 anni. Dov’è la coerenza in queste politiche? Ai giovani che abbiamo mandato a lavorare presto li abbiamo privati degli strumenti per restare nel mercato del lavoro a lungo. Li abbiamo privati delle basi formative per continuare ad apprendere».

Da ultimo, ma non meno importante, la critica alla cultura del Paese e al precariato dilagante. «Noi – afferma ancora Susanna Camusso – consideriamo le persone giovani fino a 35 anni; questo vuol dire che l’età adulta parte dai 36. C’è qualcosa che non funziona in questo, ed è evidente. Non riconoscere alle persone di essere adulte è un modo per non consentire loro di progettare il proprio futuro. Bisogna proprio cambiare la logica. Il fatto che si pensi che i ragazzi devono stare in casa fino a 30-35 anni perché non sono in grado di costruirsi una vita, vuol dire non riconoscere una cittadinanza piena. Si tratta di un diritto di soggettività negato».

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